The Freeks – 18/09/09 Arci Kroen (Villafranca – VR)

Riapre i battenti la residenza di campagna del Kroen dopo l'estate passata in città e lo fa all'insegna degli ospiti stranieri. I Freeks, da San Diego e dintorni, dopo aver registrato un album pieno zeppo di mostri sacri dello stoner,  sono in tour con un gruppo che raccoglie, intorno al chitarrista Ruben Romano, batterista delle prime formazioni di Nebula e Fu Manchu, ex membri di ZenGuerrilla e Heaters.
Il quartetto è discretamente eterogeneo, col chitarrista disinistra e il bassista colored, veri assi portanti del gruppo, tranquilli e ordinati, Romano, barbone e bandana, che sembra uscito da una puntata di Sons of Anarchy e Andy Duvall, il batterista, che si direbbe prelevato a forza da una bettola della downtown.
Inondati da orrende luci caleidoscopiche in stile sweet London, i nostri non indugiano troppo in finezze, macinando per tre quarti d'ora un hardrockaccio chitarroso e abbastanza melodico, che a me sapeva tanto di ascolti di fine '80, Black Crowes tanto per dire, ma che, evidentemente, ha le sue radici molto più in là, nella musica dei connazionali Blue Cheer o addirittura nei Led Zeppelin più hard blues; fa testo il pezzo kroen________freeks_band__________grandecantato dal batterista in libera uscita, sostituito dietro le pelli da un Romano che torna all'antico strumento. E' proprio Duvall il mattatore della serata: zazzera grigia e scapigliata, tatuaggi a oltranza, maglietta lurida; passa più tempo ad ammiccare e gigioneggiare che non a suonare, raggiungendo l'apoteosi nel ruolo di cantante, contorcendosi giù dal palco e invitando alla danza alcune donzelle delle prime file. Per il resto, non molto da segnalare, se non le solite cose: dimenarsi di teste e culi, urlacci, schitarrate, il solito, vecchio "only rock and roll", ben lontano dal suono desertico che qualcuno si aspettava. Certo, è il revival del revival: vi viene in mente qualcosa di meno cool del suonare cover di Canned Heat e soprattutto dei Van Halen? Eppure è musica che fa le scarpe a praticamente tutto l'indierock'n'roll del cazzo, ricordandoci che non è roba per ragazzini con le scarpe divernice e/o la frangia. Quattro tipi da motoraduno e non suoni come un'offesa: musica che puzza di birra e sudore da svenire (anche in questo caso è il batterista, unico uomo al mondo dotato di asta del piatto con supporto per lattina incorporato, a far scuola),  che dura il tempo di una serata e tutto sommato va bene così. È il fascino di un gruppo divertente e splendidamente inutile, oltretutto non più delle tante bolse cariatidi della musica indipendente che calcano i palchi e ammorbano le nostre orecchie di questi tempi.

Foto di Enrico Ravanini

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