Fratto9 Under The Sky: free your mind and play as loud as you can

I due motti scritti qui sopra campeggiano sul nuovo sito della Fratto9 Under The Sky, etichetta a cui dedichiamo questo articolo: credo che rappresentino due delle sue caratteristiche principali, l’atteggiamento davvero aperto nei confronti di tutta la musica e una innegabile anima rock che al di là dei generi suonati fa spesso e volentieri capolino. Oltre a dare una descrizione delle uscite, ho anche fatto due chiacchere con Gianmaria Aprile, in modo da entrare meglio nell’atmosfera di quest’etichetta allergica a scene piuttosto che a mode, più che altro concentrata nel fare uscire fuori musica interessante e spesso poco allineata ai vari canoni del momento.

SODAPOP: Una band ben nota in giro (Ultraviolet Makes Me Sick[http://www.uvmms.com]), un mestiere di fonico, la distro online (Jazz Today [http://www.jtdistribution.net]), l’organizzazione dei concerti (Basemental[http://www.basemental.it]), c’avevi pure la e-zine… perché pure una etichetta?
GIANMARIA: perchè adoro fare del male alle persone e alla società, in particolar modo a quella musicale!!…e naturalmente anche a me stesso 😀
In fondo sono tutte situazioni legate tra loro, che spesso ti fanno anche capire meglio come funzionano alcuni processi riuscendo a viverli in ruoli diversi. Comprendi per esempio quando un gruppo non può più accettare di suonare per cento euro, ma allo stesso tempo vivi sulla tua pelle la mancanza di soldi in alcune associazioni e quantifichi quanto lavoro e sacrifici ci sono per cercare di farla sopravvivere.
Ma andando con ordine: gli Ultraviolet Makes Me Sick hanno pubblicato il loro terzo disco Stuck In The Room Full Of Mirrors e anche un Ep online con alcuni inediti e versioni alternative. Siamo rimasti fermi per quasi un anno a causa dell’operazione al tendine del batterista, e abbiamo da poco ripreso ancora con la formazione in trio di base (due chitarre e batteria) più un sassofonista con cui stiamo cercando di sviluppare nuovi percorsi.
Poi c’è il disco dei Luminance Ratio uscito alla fine del 2009 che stiamo cercando di portare in giro facendo qualche data qua e là e stiamo già registrando diverso materiale per il disco nuovo.
Inoltre suono da un po’ di tempo con una orchestra di improvvisazione condotta secondo un metodo chiamato “Sound Painting” da Giancarlo “Nino” Locatelli, una bellissima esperienza che ha allargato anche i miei ascolti e le mie attenzioni musicali.
Come fonico continuo a lavorare, soprattutto con tutti quei progetti che più trovo stimolanti, naturalmente compresi anche i miei, e da qualche anno anche nell’ambiente jazz.gianmariaapriledue
Se per un buon periodo ho cercato di sbarcare il lunario con lo studio di registrazione (dove abbiamo fatto anche qualche buon disco) messo in piedi insieme a Roberto dei R.U.N.I. e Lorenzo dei Milaus ora come ora lavoro solo quando ci sono situazioni che mi interessano. Non perchè sia diventato così ricco o famoso da potermelo permettere, ma perchè mi ero rotto di fare lo psicologo e il papà di alcune band che si presentavano in studio.
Mentre con la Jazz Today è una collaborazione che è nata quasi per caso e per affinità di intenti; si tratta di una distribuzione più legata al jazz, ma per fortuna non solo a quello classico, ma in maggior parte alle sperimentazioni/avanguardie provenienti dal genere. La sto contaminando anche con dell’elettroacustica, con del R.I.O. e altre forme di musica affini per attitudine alla sperimentazione e al jazz.
Per fortuna ci sono ancora persone pronte a collaborare, consapevoli dei limiti e delle situazioni/condizioni della discografia italiana di nicchia e non solo e quindi spesso più realistiche.
Basemental è un progetto che ha messo insieme tre teste e tre forze (io, Danilo Cardillo e Andrea “onga” Ongarato) nella speranza di mettere in piedi un piccolo network di concerti/eventi e qualcosa negli anni siamo riusciti anche a combinare. Ora come ora abbiamo preso dei percorsi un po’ diversi, ma non è detto che prima o poi gli intenti siano ancora sulla stessa linea d’onda.
La webzine (“post?” o post-itrock) è stata una bellissima esperienza che con mio enorme dispiacere e anche quello di molti altri, ho deciso di chiudere perché stava prendendo una “piega” che non mi piaceva e perché avevo paura di non riuscire ad essere più coerente con lo spirito che ci aveva spinto a iniziare. Piccole situazioni in cui il fatto di essere redattore e allo stesso tempo musicista negli Ultraviolet Makes Me Sick aveva portato a creare piccoli dissapori quando poi si trattava di cercare di suonare in luoghi gestiti o coordinati da membri di gruppi che non erano stati considerati all’interno della webzine. Situazioni veramente tristi e infantili, ma che sono tutt’ora la base di alcune dinamiche del circuito… il solito gioco dell’”amico dell’amico”. Chiusa la webzine, si apre la “fratto9 under the sky rec”, questa volta gestita soltanto da me purtroppo, e nata quasi per gioco, nel senso che forse non immaginavo quanto lavoro ci sia dietro ad un progetto del genere.

SODAPOP: Come scegli cosa far uscire e che approccio hai rispetto al come portare avanti il lavoro dell’etichetta? e perché poi non fai uscire dischi di gruppi “fighi” di amici degli amici? ma non lo sapevi già che la vita è dura?
GIANMARIA: Diciamo che il percorso musicale dell’etichetta si è delineato da solo con il passare delle pubblicazioni. L’idea iniziale era quella di volermi avvicinare sempre di più all’attitudine improvvisativa-rock/jazz e alla psichedelia in tutte le sue forme e qualcosa di simile è accaduto.
Credo che la serietà e l’importanza di un progetto come anche quello di una piccola etichetta indipendente si possa vedere e valutare solo nel tempo; nel momento in cui si riesce a sopravvivere per diversi anni continuando a pubblicare materiale interessante, si avrà anche per lei il momento in cui verrà in qualche modo (ri)conosciuta e stimata.
Sono anche dell’idea che i gruppi coinvolti debbano collaborare e lavorare con la propria etichetta, soprattutto quando si tratta di musiche non convenzionali e legate ad un mercato indipendente. Per questo motivo mi piace discutere con i gruppi dei propri lavori, a partire dal tipo di incisione e di missaggio, arrivando poi all’artwork e per finire discutendo eventualmente su come muoversi nel non-mercato indipendente italiano.
Un bel traguardo penso sia quello di riuscire a creare un movimento/genere riconosciuto all’esterno partendo dagli stessi progetti presenti nel catalogo di una etichetta. Sostanzialmente credo che si sia persa, o forse c’è ancora solo tra un piccolo gruppo di persone, la voglia di far circolare la musica nel segianmariaapriletrenso stretto del termine; mentre vedo imperare il gesto di “rubare” il tozzo di pane dal piatto del vicino o di figurare al meglio esteticamente rispetto ad altri, facendo così risultare il circuito indipendente nostrano una lotta tra ciuffi o acconciature più o meno esuberanti, e non un veicolo di cultura underground. Ma anche qui, per fortuna ci sono realtà come Boring Machine, Wallace, Afe, Madcap, e tantissime altre etichette che non seguono l’andamento dei ciuffi. E il Tagofest ne è stata la prova.

SODAPOP: E il postrock più canonico? Nell’etichetta alla fine non c’è mai finito niente nelle coordinate Mogwai/Godspeed You Black Emperor! che in Italia vanno ancora…
GIANMARIA: Diciamo che l’etichetta non doveva essere e non è un proseguo musicale dell’attitudine dei primi dischi degli Ultraviolet Makes Me Sick. Forse i Deep End e i Caboto avevano dentro un poco di quell’attitudine che ho sempre apprezzato e che alle volte mi fa ancora piacere ascoltare, ma trovo davvero nauseante l’atteggiamento dei giornalisti (o presunti tali) nei confronti dei “generi” e in particolare del post-rock (forse anche perchè mi ci hanno buttato dentro).
Succede spesso che quando fa comodo risulta essere una attitudine ormai defunta e stantia, oppure diventa un cavallo di battaglia per band che si sono riciclate in tutti i dischi della loro carriera, ma nessuno ha il coraggio di esprimersi negativamente perchè ormai considerati come un caposaldo del genere, anche se fotocopia di sé stessi. Questo accade con il post-rock come per tutti gli altri generi… funziona un po’ a mode e correnti musicali, e sicuramente poco a meritocrazia.

SODAPOP: Lo so che si chiede sempre, ma tant’è… cosa hai in programma in futuro?
GIANMARIA: Sicuramente di pubblicare altro materiale e portare avanti nel migliore dei modi la fratto9; ho appena coprodotto insieme a diverse etichette il disco “Live” dei Jealousy Party, band che ammiro molto anche per l’idea di fondo del collettivo e del movimento toscano che vive da anni. A breve, penso prima dell’estate uscirà un disco di Andrea Marutti (Afe records) e Fausto Balbo… un viaggio tra suoni puntiformi e dilatati, tra ricerca sonora, elettronica e ambient, molto cosmico e freak come piace a me. E poi ci sono i Tanake che hanno registrato del materiale nuovo che stiamo selezionando per il prossimo disco. Ho ancora un po’ di materiale recuperato dai nastri di mio zio che vorrei usare per portare avanti la serie “Private Works”, sto cercando di capire in questi giorni cosa c’è di utilizzabile.
Le cose in fondo non stanno andando così male, le riviste incominciano a darmi un po’ di attenzioni e i dischi, vuoi per gli scambi, vuoi per quelli dati in promozione on in distribuzione e qualcuno per fortuna anche venduto stanno piano piano esaurendosi… Ho anche intenzione di stampare qualche vinile appena ho due soldi da parte, ma bisogna che il progetto sia anche adatto a questo tipo di stampa.
gianmariaaprileuno
SODAPOP: Curiosità: il nome Fratto 9 Under The Sky da dove viene? A me piace la matematica e anche guardare il cielo, però…
GIANMARIA: Ho avuto la grande fortuna di ereditare una notevole collezione di vinili da parte di mio zio (Al Aprile), tra i quali ho trovato una compilation di gruppi italiani curata direttamente da lui (Matita Emostatica) e contenente un suo brano dal titolo Fratto9 Under the Sky. L’etichetta è un omaggio alla sua persona che dopo la sua morte mi ha lasciato questa enorme eredità, fatta anche di chitarre (la Jazzmaster che uso con gli UVMMS era la sua) e che mi ha fatto iniziare a suonare e mi ha avvicinato alla musica e alla cultura underground. Anche se la quantità di materiale musicale pubblicato è immensa e svariata, mi piace scoprire, ricercare, informarmi; in fondo forse sono un romantico e nostalgico degli anni in cui ero troppo piccolo per conoscere Bad Trip o Matteo Guarnaccia nel loro periodo migliore, o vedere dal vivo Sun Ra o Archie Sheep e tutti i loro compari del free jazz, ma soprattutto respirare quell’aria di voglia di fare arte in tutti i modi senza nessuna idea economica di fondo (o forse non così eclatante come oggi) che vincolasse il lavoro e l’esperienza del progetto. Cerco di documentare quanto mi sia possibile, di avere idee, di incontrarmi-scontrarmi, di festival e concerti, non dei rapporti basati su un contatore di myspace per degli amici fittizi e irreali. La possibilità di poter creare così facilmente oggi come oggi è anche un arma a doppio taglio; in alcuni ambiti sta portando ad una saturazione e forse ad una prossima implosione, ma se l’arma è usata dal verso giusto può tagliare teste come fossero panetti di burro. Buon ascolto.

E ora una carrellta sui dischi dell’etichetta: la prima uscita è in coproduzione con la Zahr, Kiss The Light Goodbye dei Deep End, un disco non di genere la cui dinamicità è proprio la sua forza, e la miscela delle componenti indie/emo scuola Polyvinyl, postrock à la Touch And Go ed elettronica produce un disco poco catalogabile ma molto fruibile, costellato di idee e intuizioni, il tutto suonato, registrato e missato ad un livello qualitativo molto alto, caratteristica sempre alla base delle uscite dell’etichetta fin dall’inizio.
Il secondo capitolo arriva con i Caboto di Hidden Or Just Fine, che si divide equamente tra richiami al post rock chicagoano e il prog jazzato anni settanta, dando una lettura piacevole della materia, senza discostarsi troppo dagli stilemi del genere, anche grazie al fatto che le melodie dei brani non sono per nulla un contorno, ma anzi fanno proprio la differenza in un disco che altrimenti avrebbe rischiato di essere catalogato tra i dischi “di genere”.
Anche il terzo disco della F9UTS segue in linea di massima la stessa direzione: gli Ex-P infatti mescolano i ’70 jazz/progressivi e i ’90 postrock alla Tortoise in scioltezza, anche se sono più caldi e psichedelici rispetto ai tecnici e più jazzati/free Caboto, potendo contare anche loro su delle buone melodie; nel complesso un filo sotto ai due dischi precedenti.
Dopo due dischi che possono cominciare a costruire una reputazione di “genere”, il catalogo si amplia con gli I/O (in coproduzione con Ebria), segno che la omologazione delle uscite è definitivamente da dimenticare: deepend_kiss_the_light_goodbyePolytone infatti non si cataloga precisamente da nessuna parte, mescolando impostazione rock con improvvisazione tra il jazz free e la contemporanea, voce roca qui e là, il tutto senza sovraincisioni, registrato in presa diretta e masterizzato da uno Ielasi come sempre impeccabile.
A questo punto la collocazione dell’etichetta nel panorama italico è tracciata: troppo di nicchia per piacere ai giovani alternativi e poco snob per i circoli più sofisticati; non sembra però che questo punto sia sentito come un problema e le uscite continuano con i Tanake, che tanto per non smentirsi non fanno assolutamente musica “digeribile” e orecchiabile tout-court, anche se il lor disco riesce a scorrere piacevolmente per chi è uso a questi suoni. Il trio è composto da basso-batteria e chitarra oppure trombone, il tutto annaffiato da rumori vari; musicalmente l’improvvisazione jazzata con reminescenze di rock la fa da padrona, tra momenti di foga free e attimi più trattenuti (la mia preferenza va decisamente per i secondi), ma sempre retti da un bel basso pulsante, motore della compagine sonora.
Il secondo degli Ex-P, Carpaccio Esistenziale, allarga la componente freak/prog dei settanta, con una dose massiccia di richiami alla colonna sonora (c’è pure un tocco di funk psichedelico), per un disco che è stato molto più apprezzato all’estero piuttosto che che in patria e che mostra una band maggiormente a fuoco rispetto all’esordio, aiutata in questo anche dall’apporto di Cartolari (Anatrofobia) sia in fase compositiva che di registrazione e missaggio: direi un bel balzo avanti rispetto all’esordio e in ogni caso un gradevole ascolto.
Altro disco notevole, se non il più notevole in assoluto, è l’uscita di catalogo numero sette, con gli Illàchime Quartet, tre napoletani dediti ad un cocktail micidiale del jazz più avant newyorchese con spunti di contemporanea quasi cameristica e folate di post punk, un disco talmente riuscito che le ospitate celebri (tra cui Stewart del Pop Group e Lewis degli Wire) non spiccano, anzi sono parte integrante di un insieme paradossalmente vario ma coeso; grafica stilosa e registrazione ottima di Pippo Barresi completano questa coproduzione con Lizard.
Di coproduzione si parla anche per l’uscita seguente, il DVD della terza edizione del Tagofest, una carrellata di registrazioni live rielaborate illachime_quartettsotto forma di video musicali da Nicola Quiriconi, bel modo per ricordare questo festival purtroppo dal futuro incerto; gruppi vari per un’ora di musica indipendente varia e di buona qualità che non penso vedrete mai in televisione.
E’ indubbio che nel teleschermo ci sarà difficilmente posto per gli A Spirale, che con Agaspastik sono l’uscita più ostica di tutto il catalogo F9UTS: il disco, in coproduzione con la giapponese Deserted Factory, è infatti un vero pugno nello stomaco e c’è chi cita lo Zorn più ostico per descrivere le parti più violente di questo disco dall’umore scuro, che però non è fatto solo di furore, ma presenta anche momenti più quieti, seppure sempre nello stesso mood. Tutto suonato in analogico, Agaspastik ha soprattutto un gusto notevole nel fondere il rumore e il suono in una cosa sola; non il classico disco melodico e mediterraneo che le coordinate geografiche della band napoletana avrebbero lasciato supporre.
Chiude il duemilanove l’uscita di Luminance Ratio, dove per la prima volta è presente in prima persona Gianmaria anche in veste di musiscista: dopo il furore degli A Spirale qui è una quiete e una rilassatezza meditativa a farla da pardona attraverso u___________a-spirale____________________________________agaspastikna musica imparentata con l’ambient e corredata da un bel po’ di chitarre vintage e field recordings per un viaggio lisergico sola andata in un suono tanto spontaneo e improvvisato in un primo momento quanto poi ragionato e rielaborato in fase di missaggio.
Per l’anno in corso, al momento è appena uscito il live di Jealousy Party, presto recensiti sulla vostra webzine preferita dal prode Andrea Ferraris.

Citazione a parte meritano la serie di live registrati direttamente dal mixer all’Ortosonico, veri documenti di una tra le programmazioni più interessanti che il belpaese abbia avuto in questi anni: CDr limitati a 25 copie che riportano fedelmente live di Daedelus, St.Ride, Evangelista, in confezione “taglia” 45 giri con grafiche di Simone Fratti… per chi come me ha goduto e si gode ancora ogni tanto i concerti in un posto magico come l’Ortosonico, questi dischi sono davvero notevoli e sicuramente sono fruibili anche da chi non ha mai avuto la fortuna di passare una serata in quel casale giusto fuori Pavia, dall’atmosfera calda e dall’impatto sonoro che ha del commovente.