Tago Fest – 01-03/07/11 Tago Mago (Massa)

Edizione numero sette per il Tago Fest: sarà il settimo l’anno della crisi, come recita il famoso modo di dire? Crisi no, ma certo un po’ di riflusso si fa sentire. A fronte della conferma dei soliti gruppi noti, poche fra le nuove leve lasciano il segno, preferendo adattarsi a stilemi consolidati piuttosto che rischiare qualcosa: onestamente, il quadro che si è visto desta qualche perplessità sulla qualità delle proposte circolanti nella penisola. Ciò tuttavia non toglie valore al festival, anzi, il suo essere, almeno in buona parte, specchio della situazione attuale ne fa un indispensabile strumento di lettura e valutazione sullo stato di salute della nostra musica.
Arrivati nella cittadina tirrenica stabiliamo il campo base a Casa Cambini, quasi una dependance del Tago Mago: da qui tutti prima o poi passano, siano essi famosi musicisti, ricchi discografici, umili scribacchini o semplici ascoltatori, chi per alloggiarvi, chi per mangiare un boccone o bere un bicchiere di vino, chi per farsi una doccia (!). Non c’è posto migliore per calarsi nell’atmosfera del festival, che al solito è rilassata (a meno che non siate uno degli organizzatori) e improntata a una cordialità rara. Magari non è una gran cosa da dire, ma vien da pensare che la musica sia più che altro una scusa per rivedersi e non di rado, conoscere di persona gente frequentata solo telematicamente, oltre che per accaparrarsi dischi senza tago_2011_-_ratsmdover finanziare le ignobili Poste Italiane: ce ne torneremo a casa col portafogli discretamente vuoto e le borse ai limiti della capienza. Quest’anno l’accoglienza per il pubblico è ancora migliorata con l’aggiunta di tavoli utili a discorrere e mangiare nel poco tempo che intercorre fra un concerto e l’altro; avendo un palco solo i tempi sono forzatamente stretti, ma la successione procede sempre senza problemi rilevanti e grazie alla ritrovata efficienza della cucina si riesce a incastrare agilmente esigenze fisiologiche e presenza ai concerti. Le etichette presenti sono parecchie (anche se diverse, dopo essersi annunciate, non si fanno vedere) e buono è anche l’afflusso di pubblico, con picchi davvero alti a tarda ora, quando fanno la loro comparsa gli immancabili personaggi che tradizionalmente animano le notti del Tago post concerto: un tale, evidentemente non troppo sano, viene addirittura visto discorrere con il bauletto di una motocicletta; pare non abbia ottenuto risposta. Venendo alla musica, che è poi la ragione per cui siamo qua (il mare sarà godibile a intermittenza, causa inopinati acquazzoni mattutini), sorvolerei sul tanto hardcore e rock più o meno post che prende ispirazione dai Cap’n Jazz ai Pelican passando per i Soundgarden (!) senza lasciar segno, se non fra gli appassionati, per concentrarmi su quelle che sono state le conferme. Da segnalare il primo giorno Bemydelay, sempre più prossima a raggiungere anche dal vivo l’eccellenza del disco, poi i Mombu col loro afro-core elefantiaco, il power-violence appena ingentilito degli Zeus! e i Jealousy Party, in trio clarino/elettronica/voce, che divertono a colpi di free-funk spigolosissimo, tutti e tre stipati nella giornata di domenica. Conferme appunto, ma di cui forse non avevamo troppo bisogno, già ben conoscendo la caratura dei personaggi in campo. Meglio quindi rilevare la buona performance del duo bolognese delle Rage Against The Sewing Machine, noise manipolato attraverso pedalini ed effetti sovrapposti a campionamenti rubati a lezioni di fitness, rumore e ironia che strappano più di un sorriso, o quella dei sardi d’assalto Hermetic Brotherhood Of Lux-or, che arrivano, ci regalano venti minuti del loro strano impasto di rock industriale, melodie stranianti e battiti tribal-sintetici e ripartono per l’isola. Ninni Morgia e Silvia Kastel lavorano un po’ di classe e un tago_2011_-_ninni_morgia_e_silvia_kastelpo’ di mestiere, con un’esibizione spaccata in due fra una parte melodica e una più noise, ma soprattutto da una Kastel che prima si dedica alle tastiere, poi passa al microfono e alle contorsioni come un Iggy Pop in shorts, ma, non faticherete a immaginarlo, molto più sensuale. Noise e urli che surclassano la Meg Ryan di Harry Ti Presento Sally in un’esibizione che, non ce ne vogliano i due musicisti, rischia di venire ricordata più per il lato visivo che non per quello musicale. Restando in ambito rumoroso, e comunque fra le cose migliori e meno omologate viste in questi tre giorni, è da menzionare la performance di Remote Control (Matteo Uggeri e Luca Sigurtà), che processano in diretta di suoni rubati ad un televisore in zapping fra telegiornali e insulse televendite, tenendo viva la tensione fino al finale a base di immagini di pretazzi e politicanti, quelle magari un po’ scontate, ma evidentemente è ciò che il palinsesto passava a quell’ora (andiamo bene…). Funziona da simpatico diversivo il far esibire Zona MC nell’area DJ, senza palco e libero di girare fra la gente, anche se il freestyle alla fine diventa una specie di lezione di vita senza l’ombra di una rima, mentre non convince Mushy alle prese con un dark tastieristico che su disco funziona ma dal vivo rischia l’effetto karaoke, non rendendo giustizia alla qualità dei pezzi: sarebbe il caso di riarrangiarli inserendo qualche strumento che dia più spessore al tutto. Buone cose le sentiamo, il secondo e terzo giorno, dalla spedizione romana della Borgata Boredom, anche se forse non a livello dell’hype scatenato dai recenti exploit sui giornali di settore: eleganti ma un po’ piatti gli Heroin In Tahiti, migliorano decisamente quando il suono delle chitarre si sovrappone all’elettronica, validi i Trans Upper Egypt col loro scassato rock spaziale e davvero marcissimo il rock’n’roll terminale dei Maximilian I, che perpetrano l’antico rito della cessione della chitarra a uno del pubblico, col chitarrista ormai disimpegnato che si avvinghia all’improvvisato strumentista: l’effetto è decisamente meno sensuale delle evoluzioni della Kastel del giorno prima, ma che si può pretendere? Alla fine dei tre giorni chi si aggiudica senza ombra di dubbio la palma del migliore è sicuramente Newtone 2060: improvvisazione con batteria, giradischi e microfono, pochi mezzi e molte idee che coinvolgono i presenti in maniera inattesa vista la proposta non propriamente facile, almeno sulla carta: la cosa dà abbastanza da pensare riguardo a quali siano le aspettative del pubblico di un festival del genere. Dietro ai tamburi sta Cristiano Calcagnile, che non credo necessiti di presentazioni, Salvatore Sanmartino maltratta vinili che vanno dai Duran Duran a Lucio Battisti fino a cose più soul/funk (dalla pila di dischi fa a un certo punto capolino una minacciosa copia tago_2011_remote_controldell’LP degli Aspec(T), ma non sarà utilizzata), Marco Albert si occupa dell’elettronica e della voce, cantando testi scelti dal repertorio di Charles Bukowski. La proposta è difficile, dicevamo, ma il  risultato è sorprendentemente coinvolgente, attirando il pubblico con il pop dei vinili (non di rado qualcuno canta i pezzi, come nel caso di Wild Boys) e irretendolo nel gioco di voci (vere e campionate) e percussioni. C’è chi in certi momenti si mette a ballare (OK, uno è Mat Pogo e non fa testo…), chi suggerisce improbabili paragoni al grido di “MI-NI-STRY! MI-NI-STRY!” (spero intendesse il gruppo di Al Jourgensen e non gli orridi Ministri nostrani), chi, quasi tutti in realtà, chiede per l’unica volta nell’arco dei tre giorni un bis, richiamando il gruppo sul palco a suon di urla e applausi. Meritatissimi.
Ci sarà tempo per i bilanci accurati (anche economici); di primo acchito ci è parsa un’edizione con luci ed ombre di quello che rimane uno dei festival fondamentali per il panorama italiano, ma che arrivato a un’età di tutto rispetto ha forse bisogno di riconsiderare un po’ la formula: tornare alle idee delle origini, riconsiderarle in funzione della situazione attuale o reinventarsi completamente? Lo vedremo al Tago VIII, varrà comunque la pena esserci.

(foto di Mr. Bedroom)

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