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Aucan + Nexus – 07/08/09 Goose Festival (Zevio – VR)

Dopo che la brigata genovese, quasi unanime, aveva cantato le lodi della data lavagnese degli Aucan, non ho potuto esimermi dal calare sul veneto per assistere al live del gruppo bresciano al Goose festival di Zevio. Salgo in macchina, imbocco l’autostrada, mi perdo nei meandri della tangenziale di Verona e dopo aver proferito indicibili bestemmie all’indirizzo di Giulietta Capuleti, patrona locale, arrivo giusto in tempo per perdermi il concerto dei Nicker Hill Orchestra. Iniziamo bene.

Dunque, i primi che mi vedo, col castello come suggestivo sfondo, sono i quasi locali Nexus, stasera in formazione a tre per l’assenza del cantante. L’assetto ridotto fa emergere qualità che li accomunano al side project Poseidon: groove in evidenza, incedere quasi stoner, maggior ruvidezza. Si perde qualcosa nei brani più melodici, ma tutto sommato, sarà questione di gusti personali, nel complesso non mi dispiacciono affatto, in questa versione.
Gli Aucan, protagonisti della serata, si dispongono, con perfetta simmetria, batteria al centro e chitarristi/tastieristi ai lati: il tridente. Non usano la voce, ma davvero non se ne sente la mancanza, tutto il lavoro espressivo è svolto egregiamente dagli strumenti. Con una formazione così offensiva, è ovvio, non ci si può risparmiare e fin dal primo minuto i tre macinano riff, cambi di tempo, tapping a profusione, tastierine insinuanti. So che detto così appare orribile, ma questi elementi aucan______________zevio__________grandesono combinati in modo da dar vita a un concerto piacevole e coinvolgente: il funk che anima il CD lascia spazio a suoni più rock, le tastiere dettano le melodie e non disdegnano di giocare a ping pong con le chitarre e in alcuni casi, a disturbarle; i tecnicismi, sempre funzionali alle composizioni, non indispongono, grazie anche a un’atmosfera divertita e a un’ironia garbata che non scade mai nel nonsense. Insomma, per una volta il math-rock, se così vogliamo chiamarlo, riesce ad essere un linguaggio autonomo e sensato, non la solita versione indie del metal ipertecnico più deleterio. Addirittura, nei bis, appannaggio di pezzi nuovi, la batteria è triggherata e le chitarre passano in secondo piano, fino a sparire completamente nell’ultimo pezzo, lasciando campo aperto alle tastiere. Un buon diversivo, ma spero che il futuro del gruppo non sia nell’emarginazione delle sei corde, sarebbe un peccato.
Qualche giorno dopo incrocio uno dei due chitarristi al concerto degli Oneida e gli faccio i complimenti per l’esibizione. “A Genova avevamo suonato meglio”, mi dice. Mancherò di fantasia, ma davvero fatico a immaginarmelo.

Foto di Marta Guglielmi
http://www.flickr.com/photos/martamel/

 

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