The Books – 30/04/11 Interzona (Verona)

Non sono mai stato un grande fan dei The Books: sulla carta quello che fanno è interessante, ma su disco mi hanno sempre annoiato. La classe comunque c'è, è evidente, per cui avendoli a poca distanza da casa non è il caso di fare i difficili. La paura semmai è quella di trovarsi davanti due tipi armati di laptop che sanno vita a un concerto di soli suoni sintetici e bidimensionali.
Il timore è fugato una volta entrati nella sala concerti dell'Interzona: il palco è intasato da chitarre, bassi, violoncelli (uno solo in realtà…), tastiere, garanzie di un concerto come si deve; a sorprendere, a questo punto, è la presenza di tre sedie, chethe_books_interzona_2 dà ad intendere la presenza di un turnista: si tratta, lo scopriremo alla fine, di Gene Back, già collaboratore dei Black Heart Procession. Costui è uno strano sessionmen: si piazza al centro del palco e per tutta la durata del concerto sarà protagonista assoluto della scena, cimentandosi su qualsiasi strumento con tecnica davvero sopraffina. Nick Zammuto e Paul De Jong (sempre più simile a Battiato) si accomodano ai lati, tenendo un basso profilo che sembra metterli a proprio agio. Si va ad incominciare: alle spalle dei musicisti scorrono immagini e testi, partendo col volontario kitch scientologico di Group Autogenics I e proseguendo con pezzi vecchi e dal recente The Way Out, con prevalenza di quest'ultimi. Zammuto alterna la sua voce con quelle campionate creando a volte un senso di straniamento, una continua dialettica fra vero e falso che fa parte del gioco e the_books_interzona_1del fascino del concerto. Rispetto alle incisioni l'ironia è rafforzata dalle immagini e dai commenti dei due leader, creando un'atmosfera divertita e rilassata che predispone all'ascolto, dal funk anomalo di A Cold Freezin' Night alle difficili escursioni verso i territori del prog e della classica contemporanea che difficilmente ci saremmo goduti in contesti diversi. È proprio questo tocco leggero che rende i The Books un gruppo capace di guidarci dove difficilmente do saremmo sognati di entrare, col passepartout di un indie colto ma non spocchioso, difficile credere. Non è certo un concerto che basa la propria forza sui volumi, eppure sorprendentemente non sento nessuno parlare, segno di quando l'esibizione sappia coinvolgere un pubblico numeroso e diviso fra appassionati e curiosi soddisfatti, almeno a giudicare dalla quantità di gente che al banchetto chiederà consiglio sull'album da acquistare. Anch'io, al termine dei bis con tanto di appropriata cover di Nick Drake (Cello Song), mi metto in fila, affascinato da quello che ho appena ascoltato, ma mi illudo: a casa l'incanto del concerto non è ricreabile, mi toccherà aspettare che ripassino.

(foto di Elena Prati)

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