The Great Saunites – Delay Jesus ’68 (Hypershape/Il Verso Del Cinghiale, 2011)

Vengono da Lodi i Great Saunites, sono in due, basso, batteria e niente voce, e se ne escono con un disco d’esordio il cui impegnativo titolo evoca i Can. Il confronto però si chiude qua, battendo il duo strade diverse rispetto alla formazione teutonica, sebbene un certo spirito di ricerca che rifugge l’osticità gratuita potrebbe essere un tratto che accomuna i due gruppi.
Infatti, contrariamente a molte band con assetto analogo, i nostri non si lasciano andare a gratuite evoluzioni, ma suonano sempre piuttosto rotondi e per quanto possibile, rock’n’roll: la musica fluisce attraverso i tre brani come in una jam session, senza che si riesca a stabilire un preciso immaginario di riferimento; potremmo forse parlare di post-stoner, se non fosse che al secondo termine si associano oggi gruppi assolutamente ignobili. Anche se qua e là qualche sovrincisione di tastiere torna utile come riempitivo, è per forza di cose il basso ad essere strumento melodico, sfornando con sorprendente facilità giri memorabili (si ascolti quello portante di Taint), mentre la batteria detta i tempi e scandisce i momenti, ora più lenti ora più veloci, senza che ci sia mai un calo di tensione. A volte sembra di ascoltare gli Om più pinkfloydiani e notturni, altre dei Lightning Bolt meno furiosi, ma il discorso resta comunque sempre personale, noise/groove scuro e sporco, dilatato ma con giri che tornano spesso e fanno da riferimento per l’ascoltatore, in perfetto equilibrio, lo dicevamo all’inizio, fra canzone e ricerca. Ed essendo il disco d’esordio, questo è solo l’inizio.

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