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Muviments Festival – 28-29/12/11 Itri (LT)

C’era bisogno, per chiudere decentemente un 2011 non propriamente esaltante sul fronte dei concerti, di un festival come si deve e quello organizzato dalla Brigadisco e dall’associazione Ca.Ga., per qualità e varietà della proposta, prometteva decisamente di esserlo. Così, sprezzanti della distanza e aiutati da un inverno particolarmente mite, facciamo vela verso la ridente cittadina di Itri, il suo castello e le sue specialità gastronomiche.
Il festival, quest’anno alla settima edizione, è un po’ il coronamento della ricca stagione proposta dai muviments_Luca_Sigurt_-_foto_di_Antonio_De_Lucaragazzi delle sopracitate realtà, che ha visto ospitati, in varie location, alcuni dei migliori nomi del giro indipendente italiano e internazionale: un programma degno di un capoluogo e che, ribaltando gli stereotipi, fa passare per depresse, almeno culturalmente, parecchie zone del Nord Italia. In accordo con lo spirito che ha animato tutto l’anno, la rassegna presenta una serie di gruppi compresi fra gli estremi del folk e del power-noise e, sparse nei vari ambienti del castello, installazioni ed esposizioni artistiche. Approfittando del periodo festivo, arriviamo in zona con un giorno d’anticipo, ambientandoci, facendo la conoscenza con le specialità locali (ancora adesso si fatica a superare la dipendenza dal paté d’olive itriane) ed esplorando il vecchio borgo: un labirinto di strade così strette che le auto vi passano a fatica, che si inerpica fra case di tufo e antiche chiese fino alla base del castello. Altrettanto labirintica ci si presenta la fortezza al cmuviments_Ovo_-_foto_di_Antonio_De_Lucaui interno si tiene il festival: ogni spazio, dalla cappella ai posti di guardia, alle ampie stanze sono occupate dai banchetti dei dischi, dai palchi, dalle installazioni: al piano sotto, quello del bar e dei banchetti, le sonorizzazioni elettroacustiche di Formellana Onironauta e salendo la stretta scala troviamo le esposizioni di tavole fumettistiche (SS-Sunda e Ratigher), pittura (Stefania Romagna), fotografia (Ettore Maragoni) e oggetti fabbricati con materiali di riciclo (Fabrike Recikled). All’ultimo piano, superata la lunga fila della gente in attesa, si ha la possibilità di sperimentare suoni e luci delle dream machine, allestite da Luca Tedesco e Luca De Siena. Proprio perché siamo in attesa di esperire la macchina che secondo alcuni portò Kurt Cobain al suicidio (la nostra esperienza sarà decisamente meno traumatica), ci perdiamo l’esibizione del Manta Duo, mentre l’assenza dalla performance muviments_gente_-_foto_di_Antonio_De_Lucadell’eroe locale Wolf Anus è dovuta al non aver ben compreso il meccanismo del doppio palco, che permette una serie di esibizioni in tempi abbastanza stretti; voci attendibili parlano però di una buona prova, orientata più alla drone music che non al brutale power noise per cui l’artista è noto. Per noi il festival inizia dunque col concerto dei Morkobot: il loro math-core strumentale appare stasera ancora più frontale e violento del solito, ma l’acustica dell’alto stanzone, caratterizzata da un leggero rimbombo, non rende giustizia delle qualità tecniche e alla pulizia esecutiva del gruppo e ne riduce l’efficacia. Dopo di loro, nella stanzetta che ospiterà le performance più rumorose, tocca a Luca Sigurtà, gradita aggiunta dell’ultimo momento. Noise analogico di classe, loop e bordoni per una performance di rumore psichedelico che ci fa viaggiare anche più della dream machine. In attesa dell’inizio degli Ovo c’è il tempo di dare un’occhiata in giro ed è curioso, guardando dalle finestre, vedere come Itri, più sotto, continui la sua vita, coi suoi ritmi, mentre il castello brulica di persone impegnata ad interagire, siano esse musicisti o pubblico, con un ritmo decisamente diverso, più urgente, quasi si fosse in un’altra dimensione. La giusta misura di questa distanza ce la danno gli Ovo, che sfoderano un concerto che lascia senza parole: da quando sono passati alla versione 2.0, con Bruno Dorella che ha abbandonato il saio in favore di un look da Uomo Del muviments_Lettera_22_-_foto_di_Antonio_De_LucaMistero e Stefania Pedretti con la maschera all’uncinetto, abbandonando anche la teatralità che li caratterizzava in favore di un concerto più “musicale”, non li avevamo mai visti su questi livelli. Anzi, a dirla tutta, non li avevamo mai visti a questi livelli in assoluto. Da subito il pubblico, che riempie il salone fin sotto al basso palco, è un’unica cosa col duo e, rispondendo ad ogni stimolo, spinge e asseconda il gruppo in una performance intensissima, che ha il suo apice nel crescendo isterico di Marie, dove la gente, pervasa dalla’tmosfera elettrica che si respira, salta letteralmente per aria; giusto l’affresco di Sant’Antonio Abate che fa da sfondo al palco rimane impassibile. Quando Dorella scende a terra per ringraziare con un inchino il pubblico della prima fila, è già chiaro da un po’ che stasera non si potrà andare oltre; ancora molto da dare hanno invece i DJ che si esibiscono al piano di sotto: l’Adaptors Soul Crew fa ballare con vinili funk di gran classe fino all’ora di scendere a far colazione con caffè e cornetti, prima di guadagnare meritatamente il letto e chiudere il sipario sulla prima nottata del festival.muviments_Luca_Venitucci_-_foto_di_Antonio_De_Luca
La giornata successiva inizia inevitabilmente tardi, con la colazione che coincide col pranzo (pollice alto per i paccheri con verdure e zenzero della trattoria Il Coccio) e l’esigenza di recuperare le forze in vista di una nuova serata. Il tempo, uggioso, non invita a uscire, permettendo solo una visita al museo del brigantaggio, esperienze istruttiva e chissà, forse anche utile, visti i tempi che si prospettano. Il cartellone della seconda serata è incentrato su musiche meno rock rispetto alla prima e forse anche per questo l’affluenza è un po’ minore (ma sarà forse anche colpa del tempo schifoso…); si tratterà comunque di un pubblico eterogeneo (non solo le solite facce da adetti ai lavori) e interessato, che al momento dei concerti si concentrerà intorno ai musicisti, lasciando sguarnite le aree di svago e di passaggio. Raramente ci è capitato di vedere tanta gente così ben disposta all’ascolto, facendosi fin da subito torturare le orecchie dall’harsh del Lettera 22, set d’apertura. A onor del vero i due veneti dosano come sempre le forze, con una performance prima giocata su poliritmi sintetici, poi su un ambient sporcato da rumori e interferenze e solo alla fine dal massimalismo noise. Stasera siamo bravi e non ci perdiamo un’esibizione: Luca Venitucci, già in forze ai 7K Oaks come tastierista e qui armato solo di fisarmonica e voce, inizia con un pezzo improvvisato off-pop che desta qualche perplessità e ci fa temere una deriva eccessivamente naif, ma subito il concerto svolta muviments_Thollem_McDonas_-_foto_di_Antonio_De_Lucaverso derive inattese: l’uso che fa di tasti e mantice non è particolarmente anticonvenzionale o scorretto, tuttavia uno degli strumenti in assoluto più legato alla tradizione viene reinventato a forza di divagazioni free, battiti sulla cassa, e vocalizzi che conferiscono a certi momenti un che di tribale. Un approccio nuovo, senza mai risultare fine a sé stesso, che qualifica Venitucci come la sorpresa del festival. Gli succede, dopo un doveroso bis, Thollem McDonas, di recente uscito su Die Schachtel in duo col compianto Stefano Scodanibbio, che si cimenta in un’esibizione per solo piano. Sono ancora momenti di notevole intensità, col pubblico seduto a terra, in silenzio (a parte due sceme alle nostre spalle…) a godere delle melodie che risuonano sotto la volta. Una cascata di note che, al di là dello stupore per la perizia tecnica, sa incantare per la bellezza degli intrecci e la forza che trasmette anche a muviments_Canid__Drekka_-_foto_di_Antonio_De_Lucacoloro che non sono abituè del genere, noi in primis. Anche in questo caso l’empatia che il musicista sviluppa col pubblico rende difficile il momento del distacco, che viene addolcito da un bis, salutato prima e dopo da calorosi applausi. Abbandoniamo la sala grande per quella adiacente, dove gli americani Canid e Drekka, alla consolle insieme, danno vita ad un concerto in staffetta, ai confini fra elettronica e rumore: ci fa bene, non vorremmo diventare troppo melensi. Dei due colpisce in particolare il primo, che associa ai loop e ai drone la danza improvvisata di Rebecca D’Andrea, che da’ corpo alle ripetizioni meccaniche della musica e si fa travolgere dai bordoni di rumore, fra gli sguardi sorpresi del pubblico: la performance non era annuncita e l’impressione che si ha in prima battuta è che la ragazza abbia preso a muoversi spontaneamente, possedutata da qualche entità (un ‘ipotesi non così dsitante dalla verità, in definitiva). Si tratta, comunque sia, di un’idea davvero felice, che permette di gettare uno sguardo nuovo su una musica che mai ci saremmo aspettati essere…ballabile. Questa trovata ruba un po’ la scena a Drekka, fino a questo punto incappucciato e col viso occultato da una sciarpa pelosissima che da’ un curioso effetto alla dottor Zoidberg (o alla Babbo Natale, dipende dalle angolazioni): il suo set, comunque buono, è più orientato all’elettroacustica, con gli strumenti tecnologici e i microfoni a contatto che interagiscono bene con campanelli, strumenti a faito e ammenicoli vari. A concludere il festival ci pensano gli attesi Orfanado, di cmuviments_Orfanado_-_foto_di_Antonio_De_Lucaui già abbiamo avuto modo di parlare il sede di recensione del disco. I due musicisti, dividendosi fra chitarre acustiche, flauti e tastiere ed aiutati da qualche effetto a pedale, ripropongono la loro mistura di folk psichedelico, umori mediterranei e blues primordiale, pescando qualche pezzo dal passato e molti del nuovo album, e presentando un nuovo brano cantato che enfatizza l’indole ento-psych: uno dei pezzi migliori della serata, oltre che un buon auspicio per il futuro. A sigillare il tutto, un vecchio blues improvvisato, tutto chitarre slide e voci a impazzite. Ma poiché “non è finita finché non è finita“ ci pensa Void (aka Gigi Galli), ad accompagnarci all’ora della brioche e del caffè pre-letto: a dispetto della mole mixa la sua techno con una leggerezza di tocco che lo fa apprezzare anche da chi, invece di ballare, preferisce godersi la musica con le orecchie e con gli occhi (vedere un DJ che ci sa fare è in effetti un po’ come assistere a una danza). Ma dopo questo non ci sono più scuse: ahinoi, si chiude, ma con la certezza che in un modo o nell’altro da queste parte ci toccherà ripassare, perché questo paese a metà strada fra Roma e Napoli è qualcosa di più di un punto sulla carta geografica della musica penasta e proposta come si deve. Un tale ha detto “Itri is the new loud”. Quel tale tiene ragione.

(foto di Antonio De Luca)

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