Sunn o))) + The Secret – 01/10/11 Fillmore (Cortemaggiore – PC)

Stephen O'Malley, a parere di chi scrive, è sempre stato più un ottimo manager che non un musicista: capace di circondarsi, di volta in volta, dei migliori nomi di certa musica di confine, da James Plotkin a Oren Ambarchi fino allo stesso Greg Anderson, li ha coinvolti in progetti il più delle volte apprezzabili. Fra tutti, i Sunn o))) sono quelli che da sempre mi appassionano meno, sarà perché il loro periodo d'oro me lo sono perso in blocco o forse per l'aria da circo che si portano appresso. Tuttavia quando vengo a sapere che si esibiranno a poca distanza da casa non resisto all'idea di andare a toccar con mano l'effettiva consistenza della band.
Il Fillmore è un ex cinema, enorme, col palco posto in fondo e in basso quasi come un antico teatro, garanzia di buona resa acustica, requisito indispensabile in serate come sunn_o_cortemaggiore_1queste per non riportare danni permanenti all'udito. Entro che i The Secret, gruppo spalla a tutte le date peninsulari degli americani, stanno già suonando: quest'anno me li sono sentiti almeno altre quattro volte, per cui concentro la mia attenzione sui banchetti di dischi sparsi nella sala, non senza pensare che chi si vide i Sunn o))) due anni fa di spalla trovò gli Eagle Twin: arrivo sempre troppo tardi… Non sono comunque lì da molto che i triestini annunciano l'ultimo pezzo, lo eseguono e sbaraccano. Le tende vengono tirate a nascondere il palco, su cui comincia a funzionare la macchina del fumo, e nell'attesa ci viene propinata una registrazione di Get In The Van di Henry Rollins di cui mi sfugge il senso. Poi il palco torna visibile, si fa per dire, dato che la nebbia si spande per tutta la platea, e si intuiscono le sagome dei tre incappucciati (oltre ai soliti due c'è Tos Nieuwenhuizen al Moog): tutto, come da copione, inizia a tremare. Abbandono dunque la zona dei banchetti e dei tavolini, dove già qualche bicchiere e disco finisce per terra a causa delle vibrazioni e mi porto verso il basso, fra i veri iniziati al culto. Quello che mi sono sempre chiesto riguardo ai Sunn o))) è se ci siano o ci facciano (propendo più per la seconda ipotesi), ma comunque sia l'aria da baracconata che circonda la band mi impedisce di immergermi in un concerto che richiederebbe invece totale dedizione. Parecchi intorno a me non incontrano gli stessi problemi e rispondo pronti alle studiatamente lente alzate di chitarra che precedono ogni pennata, alle corna e ai pugni sollevati ritmicamente al cielo, alle bottiglie di vino scolate a collo ('sti americani…) e innalzate a loro volta. A me, che ho miseramente fallito l'approccio alla performance, non resta che godere dell'effetto del suono sulla pelle, decisamente un'esperienza insolita, apprezzare qualche variazione del drone che talvolta suggerisce un ritmo e sorridere alle pose da estasi di Santa Teresa che assume Anderson (evidentemente sunn_o_cortemaggiore_2parecchio brillo). Tutto il resto, direbbe il poeta, è noia e l'unico elemento di vera tensione è il timore che i toni bassi causino il rilassamento degli sfinteri di qualcuno dei presenti, con conseguente ammorbamento dell'atmosfera, già calda di suo. Perché il fatto è che, se si esclude l'effetto puramente epidermico, è un'esibizione che non trasmette nulla, né dramma né trasporto, reggendosi solo sul gusto della performance di resistere alla colata di decibel. L'unico sussulto, se così lo si vuole chiamare, è l'entrata in scena dell'ex Mayhem Attila Cshair, anch'egli incappucciato, che prima maneggia il microfono come fosse un ostensorio per un buon quarto d'ora, poi si mette a cantare, ammazzando definitivamente il concerto. I volumi si abbassano, pur restando di tutto rispetto, e lui svaria in lungo e in largo fra voci cavernose, risate da operetta e canti tibetani: un po' resisto, poi arretro e faccio due passi nel locale non pienissimo. Evidentemente non sono il solo ad annoiarmi: la gente seduta con lo sguardo sonnolento, quella che, per quanto possibile, parlotta o se ne esce a prendere una boccata d'aria, mi fa capire di essere in buona compagnia. Non so se era Enrico Ghezzi a far notare che, spesso, pellicole mediocri assumono dignità a causa della lunghezza spropositata: ecco, la cosa potrebbe valere anche per questo concerto, che nel mettere alla prova la pazienza dell'ascoltatore almeno trova un senso, al di là della semplice esposizione alle vibrazione. Un po' poco, comunque per giustificare una simile attenzione. Dopo un'ora e mezza abbondante si giunge finalmente alla fine, il pavimento smette di tremare, le luci si accendono, i quattro musicisti si scappucciano e salutano. Io, sulle note finalmente veloci di Jesus Built My Hotrod (Costantino Della Gherardesca alla consolle da DJ) me ne esco a riveder le stelle. E così mi sono visto i Sunn o))): una simpatica cagata. Simpatica, ma pur sempre una cagata.

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