Sun Kil Moon – Benjii (Caldo Verde, 2014)

Un capolavoro intenso e profondo, e c’è dentro tutta una vita. Basterebbe questa semplice frase per dare lustro al ritorno, due anni dopo Among The Leaves, di Mark Kozelek, il cantautore dell’Ohio che negli anni Novanta ha strapazzato le vite di molti e che, dopo la fine dei Red House Painters, ha intrapreso una carriera di tutto rispetto, da solista, con il monicker di Sun Kil Moon e con mille altre collaborazioni che non hanno mai smesso di confermare le sue qualità di songwriter. La colorata e sfocata foto di copertina che presenta Benjii (prime copie in doppio disco con una valida aggiunta di brani live) annuncia un disco sentito e maturo che si riallaccia alle sue migliori produzioni, gratificando la nutrita nicchia di fan che già lo scorso anno godettero della collaborazione di Kozelek con Jimmy LaValle in Perils From The Sea (recuperate due brani a caso, You Missed My Heart e Gustavo, e fatemi sapere). Un disco tuttavia, molto cupo e umbratile, almeno a livello lirico. Il titolo stesso, Benjii, come il nome del cane di un film che l’autore vide al cinema da ragazzino, è stato scelto da Kozelek per illuminare un album molto scuro: non è una faciloneria etichettarla come un’opera sulla morte e sulla mortalità, sebbene sia da precisare il modo in cui questo tema viene affrontato. Nelle undici canzoni si ha la conferma del grande talento “mimetico” di Kozelek, della sua capacità, riprendendo dalla letteratura classica la forma dei “mimi greci”, di regalare scene e dialoghi di vita quotidiana, la sua, calandoci perfettamente all’interno del suo personale mondo. Particolareggiati, amari ma mai crudi e fini a sé stessi gli episodi delle canzoni ripercorrono la vita del cantante, non mancando di suscitare ironia o di mostrarsi nella loro bizzarria ridicola. Così la dissertazione sulla morte non assume il tono cattedratico e freddo di una dissertazione filosofica, ma si sporca della carne e del sangue di ciò che l’autore ha vissuto, ha ricordato, ha sentito. Una materialità e una profondità che il disco, molto più scritto che suonato, restituisce con una prosa verbosa, abbondante e mai ricercata. E’ l’intimità che esplode, rievocata e rivissuta, nelle note di Carissa, seconda cugina di Kozelek, il cui ricordo appannato di quindicenne incinta si scontra con una morte ingiusta e sciocca mentre va a buttare la spazzatura. Una parente lontana, una conoscenza limitata ma che non impedisce a Kozelek di “Dare sostanza poetica alla sua vita […] e far sì che il suo nome sia conosciuto in ogni mare”. I testi, davvero curati e sinceri, danno cittadinanza artistica all’intimità della famiglia e del proprio mondo, con un uso del correlativo oggettivo che rende davvero una serie di oggetti, alcune situazioni  e molti particolari il lasciapassare per comunicare e ricevere un’emozione particolare. Un piccolo pezzo del mondo di chi a 47 anni non canta più le laceranti canzoni dei Red House Painters ma riflette sulla morte dello zio (Truck Driver), e non solo sulla propria esistenza e sul proprio “particulare” ma anche su come la morte lo colpisca di riflesso, ma pur sempre nel profondo dimostrando come un album intimo e privato sappia anche aprirsi all’esterno (Pray For Newtown dedicata al massacro alla Sandy Hook Elementary School, ma con riferimenti anche alla strage di Utøya). Senza perdere un grammo della propria identità la capacità di Kozelek di accostare il privato e il pubblico (anche in Richard Ramirez Died Today Of Natural Causes, sul serial killer morto in carcere di insufficienza epatica, con Steve Shelley dei Sonic Youth alla batteria) dimostrano la volontà di fermarsi e riflettere sull’universalità del dramma della perdita, dell’assenza. Con un sguardo musicalmente scarno e intenso e un lirismo sopraffino ma non sognante: non mancano però composizioni meno classiche ma più vivaci, come nella crescente Dogs o nell’accelerazione del cantato della già citata Pray For Newtown.  Ma c’è spazio anche per i ricordi meno duri, magari rievocati con una patina di tristezza per il passare del tempo: il dittico I Can’t Live Without My Mother’s Love e Love My Dad (pezzone quasi pop con Will Oldham ai controcanti) sono due poli entro cui si disegna la vita di Kozelek, passando per le mille tappe e i mille riferimenti che fanno di Micheline e Ben’s My Friend due bozzetti straordinari che riesumano memorabili momenti della vita del cantautore. Dalla bimba con gli occhiali spessi e un lieve ritardo mentale che lo va a salutare e se ne va come se avesse ricevuto un autografo da Paul McCartney, all’amicizia con Ben Gibbard dei Postal Service, prima compagno di palco ai festival, poi assurto a maggiori platee dopo il boom della sua band. Lì nell’ombra rimane Kozelek, uno dei maggior songwriter degli ultimi 20 anni. Autori, oggi nel 2014, di un disco che ricorderemo. Sì, proprio lui, che passerà presto a trovare un suo amico a Santa-Fe, quell’Ivo-Watts della 4AD che su consiglio di Mark Eitzel degli American Music Club, accettò di ascoltare un demo dei Red House Painters, dando una chance a Kozelek. E che oggi, insieme al suo mondo, vive dentro questo favoloso Benjii.

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