Ongapalooza: Father Murphy + Mamuthones – 18/02/11 Unwound (Padova)

Ongapalooza è il festival intinerante e ad assetto variabile che celebra i cinque anni di attività della Boring Machines e delle tante date questa era l'unica che, per questioni lavorative, fosse per me abbordabile. Ma al di là delle mere questioni pratiche, sulla carta mi pareva uno degli abbinamenti qualitativamente migliori e col senno di poi posso dire di non essere stato deluso. Sono serate come queste che danno senso all'uscire e macinare chilometri per andare ai concerti, perché donano sensazioni che anche i dischi migliori non riescono a trasmettere. Prendete i Mamuthones, prendete Maurizio Boldrin: il fatto di avere un batterista di un'altra generazione e di altro ambito appariva come una curiosità, poco più. Certo, il disco è ottimo e le percussioni elemento essenziale, ma in studio, lo sapete, è facile imbrogliare.
Invece a sentirli… in carne e ossa basta un pezzo (sebbene lungo, com'è uso del gruppo) per capire come l'inserimento sia tutto tranne che accessorio, anzi, il suo ongapalooza_mamuthonessuonare scambiandosi continui sguardi con Alessio Gastaldello lo rivela elemento essenziale di una band che schiera anche Marco Fasolo e Matteo Polato a sintetizzatori, laptop e chitarre. Dal vivo quel che il disco suggeriva viene ribadito e accentuato: rock mantrico e tribale, ben congegnato ma estremamente viscerale, che coinvolge nonostante la forma dilatata e non facilissima. A coronamento del turbinio del suono, incentrato sui pezzi dell'ultimo disco, le immagini caleidoscopiche proiettate sullo sfondo, alternate ad altre figurative che suggeriscono possibili soluzioni ai sudoku esoterici contenuti nell'inserto del CD. Boldrin, l'età di mio padre ma una forma fisica nettamente migliore della mia, è il motore, Gastaldello un direttore d'orchestra con la chitarra che in combutta con gli altri due anima paesaggi sonori in continua ongapalooza_father_murphymutazione fra hard funk primitivi, tribalismi suburbani e partiture psichedeliche anni '70 delle meno accomodanti. Il personaggio lungocrinito che si dimena in prima fila (presenza fissa ai concerti dell'Unwound) è l'immagine migliore di un'esibizione che non si può definire altro che liberatoria: col senno di poi avrei dovuto seguirne l'esempio, ma d'altra parte ho una certa età ed è il caso di risparmiarsi per il concerto che ha da venire. La performance dei Father Murphy è di segno diametralmente opposto rispetto a quella che si è appena chiusa: qui il punto di partenza sono canzoni vere e proprie, ma l'approccio non concede nulla alla facilità dell'ascolto. Già la nudità del palco, specchio perfetto di ciò che ci verrà proposto, doveva farci intuire qualcosa: il terzetto vive ormai in una dimensione dove il doom incontra l'austerità puritana e se detta così può sembrare una prospettiva assai poco allettante, è anche vero che quello a cui assistiamo è uno spettacolo assolutamente unico. Non viene lasciato neppure lo spazio per gli applausi poichè i pezzi sfumano uno nell'altro, con le tetre litanie doom blues, le chitarre e le percussioni secche, i suoni di campane e le tastiere quasi liturgiche, ma d'una liturgia d'altri tempi e d'altri luoghi. Sfilano, in ordine sparso, We Now Pray With Two Hands, We Now Pray With True Anger, Go Sinister, Until The Path Is No Longer e altri pezzi nuovi e vecchi coesi dai toni penitenziali che caratterizzano l'ultimo No Room For The Weak. È un concerto che andrebbe visto accomodati (?) su un vecchio inginocchiatoio, di quelli senza imbottiture, dove senti distintamente l'osso della tibia toccare il legno. È così con un misto di sollievo e senso d'espiazione che si accoglie la fine del concerto, con Federico che saluta col pugno alzato inneggiando alla Boring Machines, all'Ongapalooza, a serate come queste. Mille di questi giorni.

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