Lee Ranaldo – 22/06/13 Castello Scaligero (Valeggio Sul Mincio – VR)

Dopo una stagione che, nella storica sede di Villa Zamboni, ha messo in fila diversi bei nomi, l’associazione Humus si trasferisce al castello che domina le colline e l’alto corso del Mincio per il concerto dell’ex Sonic Youth (ammesso che la band sia effettivamente sciolta) Lee Ranaldo. Location suggestiva, benedetta da un venticello fresco e da un cielo stellato che fanno da contorno a una serata che si annuncia davvero piacevole. Quello che avremo sarà invece molto di più.
Quello che abbiamo sentito in Between The Times And The Tides, Il nuovo album, fa prevedere un concerto gustoso: nulla di innovativo, indie rock all’americana caldo e a tratti malinconico in equilibrio fra i R.E.M. e gli inevitabili Sonic Youth, ma il piacere di ascoltare gente capace di scrivere con tale naturalezza è oggi merce rara ed è ragione più che sufficiente per essere qui. A onor del vero non tantissimi la pensano così, il numero di presenti è appena più che dignitoso, ma lee_ranaldo_valeggio_1sono questi, ormai, nomi di richiamo solo per chi si avvia verso la mezza età e per qualche raro giovane appassionato. È un peccato, ma ciò contribuisce a rendere il tutto ancora più prezioso. Percorsa la ripida salita che porta al castello, da cui, nell’imbrunire, si gode un panorama splendido dei paraggi, abbiamo giusto il tempo di perderci, fra chiacchere e birre, il set dell’astro nascente Threelakes (l’unico modenese che si spaccia per mantovano, avvertono dalla regia) ed è già il tempo degli americani. Il palco è allestito in un piccolo cortile, chiuso da muri merlati e sovrastato da tre torrioni, uno spazio suggestivo e con un’acustica davvero buona. La formazione è composta, oltre che da Ranaldo, dall’altro Sonic Youth Steve lee_ranaldo_valeggio_schiavoShelley alla batteria (dopo il concerto di Kim Gordon di qualche mese fa, ce ne vorrebbe uno di Thurston Moore per ricomporre idealmente la band), da Tim Luntzel al basso (Bright Eyes), dal sessionman di lusso Alan Licht (Loren Mazzacane Connors e Oren Ambarchi fra le collaborazioni di grido) e dall’indispensabile schiavo che, dalle retrovie, ha il compito di accordare e porgere al leader la chitarra giusta per ogni brano. Quello che risulta chiaro fin dalle prime battute è che i pezzi ci sono, lo sapevamo, ma non c’è la minima aria di routine o di mestiere: i quattro suonano con brio da ragazzini e la convinzione che può avere solo chi ama e crede in questo lavoro e tutto quello che gli sta intorno. Musica come cultura, può sembrare il solito discorso trito e ritrito, ma non lo è di fronte a gente che chiede, avendo un giorno off, cosa ci sia di interessante da visitare in zona e se ne va a Venezia e che nei momenti precedenti all’esibizione si aggira curiosa osservando le strutture del castello. Tutto ciò si traduce in una musica che, pur all’interno di strutture canoniche, riesce a emozionare, dando una carica ancora maggiore alle già belle canzoni del disco, non di rado dilatate con inserti che rimandano alle radici newyorkesi e sperimentali del quartetto. È il caso di una Hammer Blows inframezzata da un lungo strumentale con archetto, o una Lost con un bell’intermezzo noiseggiante. E dove non arriva la musica Ranaldo aggiunge le parole, esprimendo apprezzamento per la location e l’atmosfera della serata con tanto di luna piena (non una Bad Moon, in queso caso) o raccontando, nell’introdurre Shout, del suo lee_ranaldo_valeggio_21coinvolgimento nel movimento Occupy; lo fa con parole semplici e sentite, senza retorica né proclami, dando una possibile spiegazione di come una realtà così radicale riesca ad avere una tale diffusione. Noi invece abbiamo Capovilla e ci meritiamo il PD. Il concerto procede con i pezzi del nuovo disco, che occupano buona parte della scaletta e con qualche gradita intrusione di brani nuovi che fanno davvero ben sperare per il futuro: quando, con l’inedita e autobiografica Leaving Lecce il gruppo saluta e se ne va, sembra passato un attimo dall’inizio. Ci viene concesso un bis di due pezzi, ma con una tale qualità di scrittura ed esecuzione, saremmo andati avanti senza annoiarci un’altra ora. Invece si chiude qua, e un attimo dopo la band è dietro al banchetto dei dischi a conversare e firmare vinili. Gente così ce ne vorrebbe di più; serate così, che combinano proposte di qualità e location suggestive, dovrebbero capitare più spesso. E se più gente sapesse apprezzarne il valore, forse vivremmo in un posto un po’ migliore.

Foto di Lorenzo Cattalani

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