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Bachi Da Pietra – 09/01/09 Morya (Cellatica – BS)

La neve, caduta abbondante in questo inizio d’anno sul basso Piemonte, ha causato l’annullamento della data dei Bachi Da Pietra prevista giovedì 8 in quel di Vaglio Serra, bassa provincia astigiana; spetta così al Morya ospitare la prima delle molte date che il gruppo affronterà in questi primi mesi del 2009 in supporto al nuovo lavoro Tarlo Terzo.
Qui la poca neve rimasta ai margini delle strade è inchiodata al suolo e a farci compagnia è un vento gelido proveniente da nord; lo combattiamo con un buon bicchiere di Barbera d’Asti, che porta, non è un caso, il nome del gruppo: il tour del nuovo album è battezzato col vino. Il pubblico, numeroso e in buona parte composto da facce nuove, è il segno che per la band è finalmente giunto il momento di raccogliere quanto da tempo va seminando: per la prima volta durante l’inverno, nella sala concerti farà veramente caldo: non che dispiaccia, di questo tempi.
La stagione, interrottasi a ridosso delle festività con l’eretica sacralità dei Father Murphy, riprende, come unita da un sottile fil rouge (noir?), con l’austero incedere del duo formato da Bruno Dorella alla ridottissima batteria e Giovanni Succi, voce, chitarre e basso acustico. Si accomodano entrambi in primo piano sul piccolo palco e dopo aver invitato i timidi presenti a farsi più vicino aprono le danze con Lina, laica invocazione di perdono, che ci fa muovere i primi passi nel mondo Bachi Da Pietra. Da questo momento fino alla conclusione, le storie che si incrociano, scontrano, concatenano, unite a volte dal tema, altre da una semplice parola, da un oggetto o da un luogo, tracceranno traiettorie bachi_morya_01che sarà nostro dovere tentare di decifrare e ordinare in un percorso personale. Così, le cupe riflessioni esistenziali di Seme nero che richiamano Tarlo della sete, l’ambigua bellezza marziale di Lui Verrà che trova il polo opposto nella sporca guerra di F.B.D., ma anche la compagna nella tensione primo-novecentesca di Primavera Del Sangue, le notti insonni de I Suoi Brillanti Anni Ottanta che portano fino a Solare, i sottotetti di Per Le Scale Del Solaio che ricordano quelli di Ofelia, sono solo alcune delle possibilità, forse le più evidenti, che ci vengono date. Non tutto si esaurisce nei testi, ovviamente; quella dei Bachi è essenzialmente parola detta che non può prescindere dal suono che la veicola, sempre più lontano dal blues malsano degli inizi, verso una forma di funk fatto con ferro, legno e pelli. La voce, rispetto all’incisione, si fa ancora più amare e rabbiosa e il tutto ci arriva senza intermediazione, con una fisicità che, ce ne rendiamo conto solo ora, in precedenza era come trattenuta. D’altra parte Tarlo Terzo, che viene eseguito per intero, è l’album dell’azione, del duro confronto con la realtà e non può che trovare dal vivo la sua piena realizzazione; a tratti il pubblico ne sembra quasi intimorito, respinto. Giunge così come una liberazione la conclusiva Casa Di Legno: una baracca che brucia e “apre altre strade”. C’è vita, oltre le fiamme.

Foto di Giuseppe Barbato

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