the Glass Key – Due alieni italiani, a Londra con Raymond Chandler

The Glass Key sono un progetto che parte dalle menti due musicisti attivi con altri progetti (i più noti sono Unyuni e Sons of Viljems) e che, da italiani a Londra, stanno tessendo reti connettive ed artistiche molto intriganti con il sottobosco…
Parliamo del loro ep e di altro ancora.
Gli ep sono formati in cui, di norma, i progetti si lasciano la libertà di gettare qualche seme per preparare il terreno che verrà. The Glass Key, progetto a cura di Nicola Lombardi ed Andrea Giommi si accasa su Coypu e lavora su quattro tracce a loro modo industriose. L’amalgama lascia prospettare diverse intuizioni e fragranze, a differenti temperature.
Se infatti la prima e l’ultima traccia lasciano sentire fluidi e ritmi afrocentrici, dilatati e sparati un Dio del ritmo nel mezzo c’è una summa vaporosa e cinematografica sospesa che mi sembra la vera marcia in più dei Glass Key. Reiterazione, misura, precisione. Soft Tundra è praticamente perfetta e graffia il cuore, tra Vangelis e Pan American, Sleepwalking Home pure, rarefatta e pare sospesa da battiti di cuore.
Dovranno a mio parere decidere cosa stringere i The Glass Key, da parte mia  ho stretto il cuore, tanto che a tratti mi hanno fatto sentire come quanto non avevo ancora vent’anni ed ordinavo via mail (forse lettera?) la prima uscita autoprodotta dei Giardini di Miró da Cavriago…

SP: Ciao Andrea, ciao Nicola, come state? Siete entrambi attivi da tempo con diversi progetti musicali, vi chiedo se riuscite di presentarvi al nostro pubblico e di raccontarmi come avete iniziato al progetto the Glass Key
TGK: Sia io che Andrea siamo stati attivi in Italia con diversi progetti musicali, e siamo anche stati quasi vicini di casa per parecchi anni, senza tuttavia mai incontrarci di persona. Per pura coincidenza Andrea mi ha contatto’ su Facebook proprio pochi giorni prima del mio volo di sola andata per Londra perche’ gli era capitato di ascoltare Uyuni. Il nostro primo incontro e’ avvenuto poco tempo dopo  in un pub di Brixton ed e’ stato un po’ come incontrare un cugino di cui non conoscevo l’esistenza perche’ abbiamo scoperto di avere decine di amici in comune, di aver frequentato gli stessi ambienti e suonato negli stessi locali per una vita.
Da li’, in parallelo ai nostri altri progetti musicali, abbiamo cominciato a jammare insieme, e da quelle sessions e’ nato lo scheletro di The Glass Key.
Abbiamo passioni comuni ed approcci diversi e ho l’impressione che il carattere di The Glass Key sia dovuto in gran parte a questo.
Spesso dibattiamo di cinema e non sempre abbiamo le stesse opinioni (io mal digerisco la Nouvelle Vague e Andrea non sopporta la produzione di Zentropa), ma ci troviamo molto d’accordo su Lynch, Cronenberg e Weerasethakul.
Il nostro primo Ep e’ un condensato strutturato delle nostre jam e ci trovi dell’elettronica povera con un taglio a tratti industrial, stratificazioni blues/psichedeliche e un certo immaginario cinematografico e apocalittico.
In occasione dell’ep e’ iniziata anche la collaborazione con Frank Byng (batterista, comproprietario di Slowfoot Records e collaboratore, fra gli altri, di Daniel O’ Sullivan) che ci ha accompagnato nella maggior parte dei nostri live piu’ recenti.

SP: Scrivendo del vostro ep mi è sembrato che viva di due diverse visioni, una più legata alla trance ed alla fuga musicale extraeuropea ed una seconda invece maggiormente intima ed intensa. Potremmo, per semplificare, parlare del dualismo fra cervello e stomaco. Essendo in due che tipo di azione programmate nella stesura dei brani? Come funzionare praticamente? Partire da improvvisazioni, jam oppure c’è un’ideazione pregressa? Ci avete appena citato diversi appartenenti al mondo del cinema, quali altri riferimenti potreste ascrivere a the Glass Key viaggiando fra le diverse arti?
TGY: Che bella domanda! Mi piace la critica musicale, cosi’ come quella cinematografica perche’ spesso scovano nella musica e nel cinema elementi a cui gli artisti stessi non pensano affatto. Non ho mai pensato alla dicotomia cervello/ stomaco, ma ti posso dire che Cabrini Green e Hyperobject nascono come composizioni mie, mentre Soft Tundra e Sleepwalking Home sono canzoni scritte da Nicola. Ovviamente per entrambe le coppie di canzoni l’intervento dell’altro e’ poi risultato decisivo nel completare la composizione. E’ interessante che i brani abbiano questa struttura binaria e non e’ una cosa stabilita a tavolino. Per quanto riguarda la scrittura, la scelta delle note e delle melodie, Nicola e’ un amante della struttura e dell’armonia, suona con accordature aperte e si muove tra progressioni di accordi. Io tendo a scrivere cose piu’ dissonanti, piene di cromatismi e sempre concentrate attorno ad una sola armonia. Scriviamo insieme, ma il tutto parte  sempre da un’idea di uno su cui poi si inserisce l’altro. Figurativamente, mi piace pensare alla nostra musica come ad una lastra fredda che copre un cuore pulsante, o viceversa come un piano di marmo su cui cola del blob. Ed e’ una musica che trovo vicina a luoghi ghiacciati o anche desertici. Certo e’ una musica di incastri, di rigidità metronomica combinata al fluire liquido dei synth e della chitarra. La trovo una musica ‘architettonica’, un monumento continuo di freddezza ed emozione.

SP: Siete un progetto inglese a tutti gli effetti, benché siate entrambi italiani. Seguendovi dal continente sembra di percepire una buona trasversalità nella vostra proposta e nel mischiarvi con artisti di differente estrazione.  Date anche l’impressione di essere sia un progetto abbastanza modulabile, con la comparsa a tratti di Frank Byng alla batteria, sia di essere parecchio attivi in altro: la collaborazione come backing band di Laura Loriga, le uscite come Unyuni e Sons of Viljems. Che fermento e che attenzione si vive a Londra in questo periodo? In che tipo di contesti vi esibite? Avete incrociato dei progetti rispetto ai quali darci qualche dritta?
NICOLA: Nel periodo immediatamente successivo al nostro trasloco nel Regno Unito (e penso di parlare per entrambi in questo caso), la reazione immediata e’ stata quella di provare a mantenerci attivi in entrambi i paesi, e, non senza acrobazie logistiche a grandi sforzi economici, continuare con i nostri progetti Italiani mentre muovevamo i primi passi per orientarci nel contesto Britannico. Ad un certo punto però è arrivata la realizzazione, che per me è stata educativa, anche se piuttosto traumatica, che il distacco fosse necessario ed inevitabile. Dovendo ricominciare più o meno da zero, è servita una certa umiltà ed una buona dose di sfacciataggine per farsi avanti e bussare a tutte le porte possibili e trovare un punto di entrata. Su questo devo ringraziare Andrea, che, avendo una dote naturale per costruire contatti nonché consumare grandi quantità di birrette, ha costruito i ponti con una bella fetta della scena locale, che, concerto dopo concerto, sta crescendo e generando nuove opportunità. Le collaborazioni sono la linfa vitale di questo approccio, e sembrano essere parte integrante del funzionamento della realtà musicale da queste parti (prova a contare il numero di band che coinvolgono Charles Hayward). Come praticamente ovunque, l’attività live a Londra ha sofferto parecchio negli anni della pandemia, ma direi che ora ci troviamo nella situazione opposta, ed i concerti non mancano. I nostri contesti preferiti sono i locali di media taglia dove si crea una situazione di ascolto. Il nostro live set ha molta dinamica e ci piace alternare momenti intimi, muri di rumore e groove. A parte il sopracitato Charles, che non ha bisogno di presentazioni, ci sono un gran numero di realtà interessanti. Tra queste, per fare un po’ di esempi inordine sparso: Daniel O’Sullivan, Alexander Tucker, Richard Skelton, Mesange, Noum, Merlin Nova, Valentina Magaletti, Agathe Max, Ruth Goller, Sound and Sons Recordings, Rocket Recordings, Fang Bomb Records, God Unknown Records, Total Refreshment Center, Raimund Wong, Baba Yaga’s Hut, Sad House Daddy, Bad Vibrations, Slowfoot Records, Frank Byng e gli Snorkel Studios, AMA/MIZU, High Pit, Laura Loriga, Grimm Grimm…. Queste sono tutte realtà (artisti, etichette, promoters, studios) che ammiriamo e segnaliamo inquesta meravigliosa città; con alcuni di questi nomi abbiamo condiviso o condivideremo il palco, altri li menzioniamo per pura ammirazione.
ANDREA: Sottoscrivo quanto detto da Nicola, ma aggiungo che la Brexit è un grosso problema, almeno per la questione artistica a Londra.

SP: Che programmi avete per il futuro? Ci sarà un album per i the Glass Key o siete ancora nel periodo di assorbimento input e quindi la questione è prematura?
TGK:Abbiamo live in Italia e in Inghilterra programmati tra qui e Marzo, poi ci prenderemo una pausa dovuta a varie situazioni famigliari e contiamo di tornare a suonare in estate. Io ora ho diversi progetti in piedi ed e’ una sfida bellissima riuscire a fare tutto, ma la mia compagna se ne va a Princeton University per un breve periodo da Gennaio, e verso Marzo conto di passare un po’ di tempo nei miei amati Stati Uniti con lei. Gia’ dal vivo suoniamo quattro nuovi pezzi, credo che la prossima uscita sara’ compattissima, molto elettronica e melodica.

SP: The Glass Key era un romanzo di Dashiel Hammett, in cui un indagine si mischia con i lati più scuri di società e politica, dando i parametri del genere hard boiled, quindi legandosi abbastanza rigidamente con regole strutturali. Musicalmente mi sembra invece che vi piaccia di più scardinare le strutture piuttosto che fissarle…di che genere sarebbe il libro od il film che amereste accompagnare con la vostra musica?
TGK:Beh il noir americano certamente ci intriga, sicuramente nella sua versione più scardinata alla Strade Perdute di Lynch, o piu’ sordida e scarna alla Ulmer. A me ultimamente ha fatto letteralmente impazzire ‘Memoria’ di Apichatpong Weerasethakul, e non saprei assolutamente a che genere assegnarlo, ma credo che una Soft Tundra abbinata a quelle immagini potrebbe farmi piangere. Un Robocop, anche, si’ …un bel Verhoeven teso e ambiguo. Ultimamente ho visto su Youtube una lezione di Nabokov sulla Metamorfosi di Kafka, e oh mio dio, sarebbe da fare un live di solo guitarscapes sotto l’audio del Genio che parla di un altro Genio. Insomma, tra insetti, noir, horror ed esplosioni melodiche o romantiche sta la nostra cifra.

SP: God Speed! You Black Emperor, Black Sabbath, My Bloody Valentine, Mudhoney, Motorpsycho, Misfits, Iron Maiden, Macelleria Nobile di mezzanotte, The Glass Key ed altri ancora…
Vi faccio curatori di un festival, tre serate da tre set, solo progetti con nomi cinematografici Fate le vostre scelte, che ci proponete?
GK:Non ce ne sono abbastanza che ci piacciono mi sa, ci tocca fare tre serate da due bands:
Black Sabbath, Mogwai
White Zombie, The Damned
Godspeed you! Black Emperor, They Might Be Giants

SP: Direi non male, l’ultima serata mi intriga parecchio come accostamento pazzo!
Da parte mia è tutto, se volete lanciare qualche messaggio diseducativo o proporvi per una posizione professionale fate pure come se foste a casa vostra (last but not least, a proposito di casa vostra: togliete le scarpe prima di entrarci?)…
TGK: Sì, togliamo le scarpe. Usanza orrenda ma qui a Londra è la regola.

SP: Cara grazia, vi hanno rieducati!