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Chris Brokaw – Gambler’s Ecstasy (Damnably, 2012)

Come accennato qualche recensione fa a proposito di Geoff Farina e altre vecchie glorie, la Damnably, in Europa, sta diventando una sorta di parco naturale, una riserva protetta dove nomi più o meno grossi e pionieri del passato del rock indipendente americano (inteso più come genere che come collocazione geografica) a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo, possano oggi trovare la giusta tranquillità per continuare a fare quello che loro riesce meglio, senza cadenze temporali precise e senza nessuna pretesa di reinventare qualcosa, rispetto magari ad altri progetti di più ampio richiamo a cui comunque gli stessi partecipano o continuano a partecipare.

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7 Training Days – Finale/Forward EP (Autoprodotto, 2012)

Merita almeno una segnalazione questo breve EP dei frusinati 7 Training Days, di cui già avevamo avuto modo di parlare un anno fa, in occasione del disco d’esordio. Stavolta si presentano con una novità nella formazione (un avvicendamento alla chitarra) e un leggero cambio di rotta, o quantomeno di riferimenti stilistici, nella musica.

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Wussy – Buckeye (Damnably, 2012)

Wussy è un progetto nato nel 2001 a Cincinnati. E’ stato scritto di loro che, dal 2005, anno in cui è uscito Funeral Dress, loro primo album, sono la migliore band statunitense. Ora, è pur vero che stiamo attraversando tempi duri e che anche musicalmente non si scherza affatto sulla quantità di robaccia che esce eccetera. E’ anche vero che io non sono il Signor Christgau, eminente giornalista e critico musicale che ha sparato la positivamente lapidaria definizione di cui sopra. Però, davvero, non mi sembra che Buckeye sia quanto di meglio gli States abbiano prodotto negli ultimi anni. Trattasi di indie rock un pò atipico (o meglio, indie rock nel senso letterale della definizione) che conta alla sezione vocal-chitarristica, oltre a Lisa Walker, Chuck Cleaver (già negli Ass Ponys che erano – nei primi anni ’90 – un qualcosa di similissimo all’anima più pop dei Pavement).

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Gurubanana – Karmasoda (Shyrec, 2011)

Se uno dice "pop rock", voi cosa pensate? Possono due paroline così generiche inquadrare la sostanza di un disco? Non saprei, rispondetevi da soli, quello che voglio dire è che Karmasoda alle mie orecchie suona pop rock. Insomma, ascoltandolo mi vengono in mente R.E.M., mentre l’eclettismo di certi passaggi mi rimanda direttamente ai Deus, ma per certi versi anche i Pulp potrebbero fungere da termine di paragone (o, perché no? The Pretenders!). Le canzoni suonano tutte molto calibrate, si comprende che dietro c’è la ricerca e la volontà di scrivere un buon pezzo originale.

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