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Brian Peterson – Burning Fight (Revelation, 2009)

E’ un periodo in cui mi rendo sempre più conto di quanto il tempo scorra veloce, il peggio è che mi sembra di essere statico mentre tutto il resto si muove alla velocità della luce, o più semplicemente forse si muove alla velocità del tempo stesso e degli eventi che ad esso si legano. Parlando di questo libro con un amico, il suo laconico commento è stato “…in fin dei conti è stata la scena che abbiamo vissuto” e per quanto la frase ti faccia automaticamente sentire come un novantenne è inoppugnabile. Ero molto curioso di leggere questo libro e oltre a non deludere le mie aspettative e a farmi fare un bel viaggio indietro di dieci/quindici anni, ha fornito alcuni spunti di analisi piuttosto interessanti.
Come riportato dal sottotitolo del libro, Brian Peterson, con un taglio documentaristico tipicamente americano, traccia un ottimo profilo della scena hardcore (sempre meno punk) americana del periodo: la politica, l’animalismo, i gruppi hardline, gli hare krishna, i tour, gli straight edge, i gruppi di femministe, i confronti e così via. Il libro, che sfiora le cinquecento pagine, oltre a proporre una buona fotografia del periodo attraverso la voce dei protagonisti (a dire il vero a tratti diventa un po’ didascalico), nella seconda parte fornisce un profilo per alcuni dei maggiori gruppi di quel momento, ognuno dei capitoli è corredato da un’introduzione e da una storia per sommi capi della band, dei tour, dei dischi, dello scioglimento e delle analisi retrospettive fatte da alcuni dei membri stessi. Peterson assembla un lavoro approfondito e fatto con passione, dimostrando di essere stato uno che quella scena se l’è vissuta in prima persona (e non uno che ne scrive e basta come spesso accade sulle riviste), il lavoro ne giova ed è molto più approfondito di libri come All Ages Show, tanto che si sviluppa in modo molto più organico. Dal mio punto di vista le uniche critiche che possono essere mosse a Paterson non stanno neppure nel fatto di aver coperto solo la parte “made in usa” del mondo, in fin dei conti lui in primis lo dichiara nella premessa, quanto più per essersi accentrato principalmente sulla parte più straight-edge o più muscolare del suono dei Novanta (ad esempio i gruppi Split Lip/Chamberlain e Texas Is The Reason sono più che altro eccezioni) glissando alcuni dei fenomeni più interessanti come gli Iceburn, etichette come la Art Monk Construction, la Doghouse e non parlando approfonditamente di gruppi come i Quicksand e gli Into Another, che pur essendo su major e non legandosi strettamente al suono del genere, facevano sentire la loro influenza in modo molto pesante. Non credo che si tratti tanto di una carenza da appassionati musicologi/musicofili, ma più di un tassello utile a completare quell’idea che emerge in molte interviste e secondo cui molti “in quei tempi” ragionavano l’hardcore ed anche il punk non tanto in termini di genere musicale ma più di attitudine. Non credo che sia un caso che alcuni membri di band del periodo siano finiti in gruppi di notevole caratura e di generi sbilenchi come è successo per i Locust, i Black Heart Procession, i Nine Inch Nails, i Blue Tip o dj apprezzati come Steve Aoki, tanto per citarne alcuni. La cosa che più mi sorprende in quest’analisi retrospettiva è vedere come alcune delle migliori caratteristiche e delle più nefaste della cultura americana fossero così radicate anche nel circuito e così molti dei membri un po’ sorridono ed un po’ rimpiangono la “pesantezza” e la seriosità talvolta spropositata di una gran dose di idealismo che animava dibattiti e polemiche spesso sterili, senza contare che spesso si trattava di dibattiti condotti da ragazzini che non avevano una grande esperienza del mondo se non quella di due libri o peggio ancora di due articoli letti in qualche cazzo di fanzine e che dividevano il mondo in compartimenti stagni. E’ buffo vedere come alcuni dei più integralisti del periodo oggi finiscano per essere l’opposto di quello che attaccavano (come spesso era lecito aspettarsi, soprattutto in merito al movimento hardilne). Mi fa sempre effetto leggere delle retrospettive in cui qualcuno dice che quelli erano gli anni migliori della sua vita o che quegli amici siano stati “fratelli” o alcuni tra i migliori che abbia mai avuto: mi ricorda un gran film come Stand By Me di Rob Rainer e anche il fatto che tendiamo ad associare alla gioventù uno dei periodi migliori della nostra storia anche quando è costellata di stronzate, ma è parte dell’invecchiamento anche il fatto di rimuovere il male dimostrando come manipoliamo in modo attivo il passato. Qualcuno mi faceva notare come spesso ci sia un fortissimo attaccamento al circuito hardcore/punk da parte di chi si è vissuto il (fantastico???) mondo del punk ed un rispetto smodato per il fatto che nella vita di molti abbia fornito un supporto in un età in cui finiscono per sentirsi disorientati e reietti quelli che non hanno già le idee chiare sul mondo e/o che hanno già delineata di fronte a loro una vita fatta di “famiglia e di carriera” (non tanto per scelta, cosa su cui non è lecito discutere, ma più per convenzione). Ci troverete alcuni aneddoti notevoli, dal chitarrista dei Coalesce che sparisce fra un tempio krishna ed un matrimonio fallito ed il cantante che lo va a recuperare per finire i dischi, fino al disastroso tour europeo degli Swing Kids, da Chris Daily dei Texas Is The Reason che si addormenta durante l’incontro con un manager di una major ai Los Crudos che in messico suonano inconsapevoli del fatto che il padrone del locale dove stanno suonando si sia posizionato sul tetto del capannone con una mitragliatrice a ripetizione per evitare che il pubblico cerchi di sfondare per entrare senza pagare. Rimango sempre favorevolmente colpito dal fatto che molti intervistati dicano che quello che li aveva affascinati fin da subito del circuito hardcore è che sembrava un posto dove c’era spazio anche per gli sfigati, mi colpisce perché è quello che ci ho sempre trovato di buono anche io (anche se è sempre stata un’arma a doppio taglio). Si trattava di un periodo di transizione fra l’hardcore epico degli anni Ottanta fatto a botte di Rollins, Minor ThreatMisfits e quello dei Duemila in cui spesso è persino difficile cogliere le differenze fra gruppi underground e materiali costruiti appositamente per Mtv. L’hardcore dei Novanta era meglio?… Era peggio?… Era meglio quello degli Ottanta? Forse nessuna della risposte è corretta e più realisticamente vien da pensare che le linee si spostano come la libertà e l’idea di rivoluzione/”pensiero avanzato” che Hakim Bey riscontrava in epoche diverse ed in movimenti diversi e di cui parla in un libro che una volta si trovava in tutti i centri sociali come T.A.Z. Zone Temporaneamente Autonome. “Sto diventando grande” come Johnson Righeira, eppure l’irrisolto sembra sempre lì in bilico fra le due domande: “young ’till I die” o “feeling, older, faster”?

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