Eternal Zio + How Much Wood Would A Woodchuck… – 13/03/11 Creassant (Brescia)

Torna ciclicamente a farsi vivo il Creassant, con proposte che sfidano il torpore di questa città di provincia, dando un palco a realtà musicali che sarebbero altrimenti costrette a girare al largo. La primavera che si avvicina solo sul calendario ci rifila una serata fredda e piovosa che, insieme alla scarsa notorietà dei gruppi, contribuisce probabilmente a tenere lontano un po’ di pubblico. Certo è che un po’ di coraggio e curiosità non guasterebbero, ma anni di conformismo anche a livello di musica indipendente sono duri da superare.
Non che passi spesso da queste parti, giusto le volte che ci sono concerti, ma tutte le volte “l’arredamento” è diverso e stavolta spiccano dei simpatici peluche “elaborati” con l’aggiunta di denti poco rassicuranti e occhi da psicopatici: si chiamano, mi pare, Zoombie e mai nome fu più azzeccato. Sotto il loro sguardo si esibiscono stasera due gruppi dai nomi anch’essi poco convenzionali: Eternal Zio e (fate un bel respiro) How Much Wood Would A Woodchuck If A Woodchuck Could Chuck Wood?. Sono quest’ultimi a iniziare, col loro folk apocalittico che poco concede alla melodia e che difficilmente si possono paragonare ad altri gruppi del genere. In tre giostrano chitarre acustiche ed elettriche, bassi, timpani suonati con furia marziale, elettronica analogica mai troppo invadente. Non facili ma affascinanti, chiudono con un pezzo che, eternal_zio_at_creassantnon so bene perché, mi ricorda i Pink Floyd di fine anni ’60 passato al macero: davvero ottimo. Gli Eternal Zio operano invece in quartetto che unisce Rella e Roberto di Rella The Woodcutter, Maurizio Abate degli Asabikeshiinh e il Valla, attivo sia come solita che in varie collaborazioni nel giro dark ambient. Un ensemble dal background eterogeneo , che operando con chitarra, ukulele, violino e basso, dà vita inizialmente a un lungo drone che fa vibrare  pareti e pavimento, segnalandosi per lo stupore che suscita il sentire un tal frastuono uscire da strumenti quasi completamente acustici. Poi, man mano che il bordone si va diradando, emergono melodie folk, urla simili a lamentazioni che si elevano sugli altri suoni senza l’aiuto di un microfono, addirittura i ritmi di una batteria (in luogo del violino): più che folk drone questa è psichedelia sporchissima che flirta senza problemi col rumore. Così, mentre i musicisti si aggirano entro il semicerchio formato dagli ascoltatori saggiando le qualità del suono nelle varie posizioni, il pubblico è chiamato a scavare alla ricerca di suoni intelligibili sotto la coltre, operazione piacevole e impegnativa ma che, per la bbreve durata del concerto, circa mezz’ora, si assolve con piacere e senza che sopraggiunga stanchezza o noia. Ancora una volta, dunque, è valsa la pena affrontare il maltempo, speriamo solo che alla prossima occasione siano un po’ di più coloro disposti a saggiare proposte musicali non convenzionali.

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