Zeal & Ardor – S/t (MVKA, 2022)

Manuel Gagnieux è ormai arrivato al terzo disco (quello della maturità si sarebbe detto una volta). Terzo album ufficiale, giacché a questi dovremmo aggiungere la prima release autoprodotta omonima ed il Live In London del 2019.
Ma qui siamo all’ennesimo incontro fra due anime black, quella metal e quella afroamericana dello svizzero-statunitense. Come di norma questa visione (dettata da uno spunto su 4chan. Scrivendo ai membri di dargli due generi da incontrare l’illuminazione si è avuta con queste due famiglie) si presenta sotto una forma lucida, ritmica ed elegante. Nulla sembra essere lasciato al caso e non ci sono cedimenti nell’intensità e negli schiaffi. È un’altra via al crossover, gli spunti melodici e luminosi sembrano lasciati a  bisturi mentre intorno succede il pandemonio. Uno strano incontro fra tecnologia e natura, come se Predator avesse iniziato a suonare la batteria (in realtà gestita da Marco Von Allmen) ed a fare headbanging. Le parti si susseguono con una naturalezza ed una credibilità non da poco (Emersion non sarebbe potuta finire che in questo modo). In Golden Liar i canti ed i salmi sono coccolati da lontane e terrificanti mazzate come fosse il momento di una messa su di una galera, tra il rollio delle onde. Ma non rilassiamoci, che arriva Erase ed i riff che rubano il tempo a tratti sfiorando un boogie infuocato che paiono i Fu Manchu in fuga dopo aver rubato una Bloodhound LSR. Manuel ha una gran bella voce, che a sentirla sembra quai un Trent Reznor più funky, piace quando dà una botta di lascivia al tutto come in Bow. Rimaniamo in un localaccio anche in Feed the Machine, resta da capire cosa si alterna allo struscio nelle parti black metal, il rischio è di sbagliare bersaglio e far partire la rissa più brutale del quartiere. Quando i vocali si fanno più stranianti e maligni, come in I caught You, si ha la sensazione di scampare la pelle in mezzo ad un inseguimento durante il quale si siano dati appuntamento le forze del male per un sabba volante. Non la miglior situazione per il fuggitivo, ne convengo, ma ad ascoltarlo sale la garra e l’entusiasmo, spero lo prenda. Church Burns, ça va sans dire, gli Allman Brothers Band nutriti a piombo e pece, canzone strabiliante per i suoi continui saliscendi e la sua intensità. Uno se la aspetta alla fine la Götterdämmerung ed invece il crepuscolo degli dei precede altre tre canzoni (che in effetti, perché dovrebbero sempre chiudere loro? I ragazzacci se lo meritano, lasciamo il proscenio a Z&A). Musica come artiglieria pesante e sketch melodico a far strippare la tensione.
Hold your Head low, una ballad bella e buona, con il coro e le fruste, finche non arrivano i cattivi a mandare tutto in vacca, crescenti noise a spezzare i ritmi, poi giù di nuovo.
Chiudono due brani titolati, rispetivamente, J-M-B ed A-H-I-L. Il primo è una pazzia bella e buona, con un pianino come se avessero legato Jerry Lee Lewis, lo aveesero preso a schiaffi passandogli sopra con i tritasassi, mentre il secondo emana una brutta luce verdastra, come se il Predator avesse trovato la sua cellula madre con la quale ripartire negli spazi profondi. Un suono orchestrale e sintetico, cher si gonfia sul finale con lampi di luce. Sono convinto fosse un segnale di vita aliena, voi non mi credete, io lo so, sorrido e mostro il pollice alto. Zeal & Ardor, amici!

 

 

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