Recuperando brevi epitaffi – Epitaph Records 2020-2022

Un epitaffio è di norma la frase con cui una persona deceduta si congeda al mondo, oppure le parole con cui tutti la salutano. Epitaph è anche il nome con cui Brett Gurewitz, chitarrista dei Bad Religion, chiamò la sua etichetta discografica. È una storia di molti anni fa, era il 1990 o forse il 1991, ma perché parlarne ora? Forse perché un epitaffio che viene continuamente modificato perde d’intensità ed è necessario, ad un certo punto, fissare alcuni pensieri. Forse perché il tempo ha cambiato le nostre percezioni e quelle di Brett medesimo, con un catalogo che, partito duro e puro su punk si aprì praticamente subito collaborando e sostenendo una realtà maggiormente legata alla tradizione (ricordiamo infatti che già accanto a Bad Religion, Offspring, Pennywise e NOFX bazzicavano la casa i cugini di Fat Possum, con gente come Bob Log III, R. L. Burnside, Twenty Miles e molti altri). Nel 1998 poi aprì le sue porte anche Anti, che mise a segno colpi come Tom Waits, Solomon Burke, DJ Muggs, Buju Banton, Tricky e Daniel Lanois.

Come è giusto che sia con il tempo anche la stessa Epitaph si è ingrandita, allargandosi fino a prendere spazio in produzione che forse mai aveva sostenuto in prima persona ( e diventando un’impresa di medie dimensioni, che secondo le informazioni pubblicate ha un roster di impiegati di quasi 100 persone nei diversi uffici. Negli ultimi tempi mi sono ritrovato sempre più spesso a godere di alcune produzioni della label losangelina, come forse mai mi era capitato prima, ed ho pensato sarebbe stato buono ed utile tessere in maniera diagonale alcune delle ultime fila di una label indipendente in perenne movimento. Basti contare che dall’uscita dell’ultimo disco dei Muslims (24.09.2021) di cui vi parlerò a breve sono state pubblicate (o sono in lista di pubblicazione) 67 produzioni fra album, singoli ed ep’s in poco più di un anno, quindi più di una produzione a settimana, con un ritmo da mercato di vacche grasse. Il consiglio quindi, prima, durante e dopo la lettura di questo articolo, è di spulciare il loro sito e la loro pagina Bandcamp, posso assicurarvi che troverete la sorpresa dietro l’angolo.

In primis con le Linda Lindas, band losangelina fondata nel 2018 da Bela Salazar, Eloise Wong e le sorelle Lucia e Mila de la Garza.

Esplose grazie al video di Racist, Sexist Boy girato alla Libreria Pubblica di Los Angeles sono arrivate a chiudere un disco, Growing Up (uscito nell’aprile di quest’anno), colmo di spunti parecchio interessanti per quello che è a conti fatti un gruppo di ragazze che suonano insieme dal 2018. Età che al momento dovrebbe intercorrere fra i 15 ed i 21 anni, radici power pop e punk con velleità latine (spettacolari quando cantano in spagnolo come in Cuàntas Veces con delle cadenza quasi lounge pop!) per un dischetto che è pure aria fresca anche dopo diversi ascolti. Il padre di Eloise è Martin Wong, creatore di Giant Robot, giornale che tra il 1994 ed il 2011 ha promosso la cultura asiatico-americana ed il punk rock in molte delle sue forme, raggiungendo anche tirature da circa 60mila copie. Questo ha sicuramente aiutato le ragazze a carpire qualche segreto su passaparola, pubblicità e comunicazione, per una band che potenzialmente potrebbe avere moltissime frecce nel loro arco.

Andando indietro di qualche mese troviamo i già citati the Muslims, band proveniente da Durham, North Carolina. Il loro Fuck these Fuckin Fascists è in realtà il loro quarto album e rappresenta uno sferragliante assalto all’arma bianca nel mondo punk traendo influenze da diverse scene (si presentano come una Queer, Black and Brown punk band) in maniera leggera e compatta. Ba7Ba7 alla batteria, QADR alla chitarra ed alla voce, Abu Shea al basso. Un disco , il loro, che contiene parecchi singalong  che non riesci volente o nolente a staccarti dalla testa. La title track innanzitutto, Illegals, Crotch Pop a Cop, tracimano freschezza mantenendo un contenuto di spessore nei testi, per una trascinante macchina rock’n’roll e punk, colma di cenni e di piccole accortezze parecchio brillanti.

Ci spostiamo poi a Philadelphia per un cenno ai Soul Glo, passati ad Epitaph per il loro secondo disco Diaspora Problems. Disperato ed in your face con un ritmo gommoso ed aggressivo l’attuale terzetto riescono ad unire black music ed hardcore in maniera assolutamente naturale e feroce. I temi urlati dal cantante Pierce Jordam sono politici, personali, aperti e sinceri. Il loro hardcore ingloba stilemi ed ospiti disparati provenienti dall’hip-hop e dal jazz, riuscendo a sembrare in qualsiasi momento una big band incazzata e piena di groove. Gianmarco Guerra, Ruben Polo e TJ Stevenson cementano la follia espressiva del cantante con ritmi serrati e variati, riuscendo a gestire ed a rendere compatto un disco che è sicuramente fra le uscite punk più fresche di questo 2022.

Rimanendo a Philadelphia ci spostiamo a casa dei Mannequin Pussy, quartetto formato da Colins Rey Regisford, Kaleen Reading, Marisa Dabice ed Athanasios Paul. Dopo l’album Patience nel 2019 l’anno scorso sono ritornati con un EP di sei pezzi intitolato Perfect. Rock’n roll spinto a grana grossa ed ad alta velocità che va a scontrarsi con il punk in un localaccio country. Voce femminile a tratti disperata, capacità di abbassare i ritmi rimanendo credibili in un ambito dove è ormai diventato molto difficile inventarsi qualcosa di nuovo e rivoluzionario.  Per l’inizio del 2023 dovrebbe arrivare il nuovo disco, che potrebbe rivelarsi un bel cavallo sul quale puntare e provare dal vivo.

Di nuovo Los Angeles, di nuovo una voce femminile, quella di Rosie Tucker, autrice con l’ultimo Sucker Supreme di un bel bignami sonoro che, partendo dal cantautorato, ingloba cellule pop e spinte con scorie r’n’r ad ampio respiro. Quando vira sull’acustico si sente una minima mezcla che la spinge giù verso il Messico ma che devia in direzione più autunnale, colorandosi delle tinte del tramonto e del bel tocco, deciso ed intenso, di questo bel dischetto. Potrebbe facilmente creare dipendenza, grazie al tocco leggero di Rosie e della band, composta oltre a lei del batterista Jessy Reed, dal chitarrista Jess Kallen e dal bassista e produttore Wolfy. Del disco esiste anche una versione ritrattata proprio da Wolfy che lo spinge nelle atmosfere di Lofi Girls, quindi una chillout diffusa a battito lento che correda le versioni strumentali del disco.

Chiudiamo questa veloce scorsa con il progetto di Stevie Knipe, Adult Mom, autrice lo scorso del bell’album Driver, il quinto per lei. Voce e chitarra, melodie pop tra chiaroscuri ed angst post-adolescenziale. Dichiaratasi persona non binaria nel 2015 Stevie

ha affrontato temi come la transizione e l’appropriarsi delle proprie esperienze senza dover essere connotata come parte integrante anche del suo progetto artistico. Il suo talento e le giuste commistioni produttive (più o meno levigate, Taylor Swift fa capolino più volte nei suoi riferimenti stilistici ma il riappropriarsi delle proprie radici sembra andare in Stevie con maggior vigore) la fanno apparire come una possibile cantante confidenziale, dotata di buon gusto e di una spiccata personalità. Il progetto è stato fondato ben dieci anni fa e da singolo che era si è recentemente trasformato in trio, con l’inserimento di Allegra Eidinger e di Olivia Battell, mantenendo uno stile minimale e classico di sicuro effetto.

Sono mondi molto diversi , ne convengo, in casa di un’etichetta che onestamente non frequentavo dai tempi dei Culture Abuse, che mi avevano colpito con alcuni brani parecchio catchy ed orecchiabili già diversi anni fa e che vi ripropongo con un’esibizione al White Eagle Hall di Jersey City di qualche anno fa:

Che dire? La tavolozza di  Brett Gurewitz sembra allargarsi sempre più, rimanendo fedele in qualche modo alla sua ottica operativa. Molti progetti sono parecchio giovani e di sicuro interesse nei prossimi giorni. Noi prenderemo nota e seguiremo, coscienti che un personaggio del genere avrà sempre e comunque qualche freccia nel suo arco!

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