Deison & Mingle – Everything Collapse(d) (Aagoo/Rev Laboratories, 2014)

Pochi mesi fa un interessante articolo di Antonio Ciarletta su Blow Up, intitolato New Millenarism, prendeva in esame alcuni album capaci di cogliere lo spirito del tempo presente, tornando alla narrazione dopo gli anni della rinuncia dettata dal post-moderno. I lavori analizzati erano Tomorrow’s Harvest dei Boards Of Canada insieme ai più recenti dischi di Jer Moff e Paul Jebanasam, ma non dubito che, fosse stato già disponibile, anche Everything Collapse(d) avrebbe fatto parte del lotto.
Tutto collassa e su tutto ciò che è collassato aleggia la musica di Deison e Mingle, che non si limita a contemplarle le rovine, né ci vende visioni apocalittiche a buon mercato; ci racconta invece del dopo-crollo, descrive il paesaggio percorrendolo e forse indica una direzione. È utile dare qualche coordinata stilistica, per quanto vaga: l’elettronica che ha attraversato gli anni ’90, il post-industrial, un tocco di classica contemporanea; nulla di nuovo in sè, ma proprio il fatto che gli elementi conosciuti siano combinati in funzione del racconto, oltre a rafforzare l’idea che il collasso non sia un fatto eccezionale ma connaturato al sistema, conferisce loro un senso nuovo. Non ultimo, la pluralità di linguaggi è inoltre indispensabile se si vuole, come in questo caso, affrontare una realtà complessa come quella che stiamo vivendo. Quando apriamo gli occhi sulla scena il disastro è già avvenuto (ne trovate testimonianza nell’azzeccata grafica di Rev Laboratories): le ritmiche digitali e il piano di Optokinetic Reflex (Glassy Eyes) e la successiva e maggiormente sintetica Everything Collapses mostrano una lenta panoramica su un mondo in disarmo, dove dei rantoli rumorosi sono gli ultimi segni della società post-industriale e i battiti risuonano come contatori geiger. È Nessun Desiderio (Decimaction) che fa girare le cose: come in un brano Warp del dopo-bomba le percussioni si fanno via via più insistenti, un dub techno scheletrico sotto cui serpeggia un basso gorgogliante, a suo modo un segno di vita, l’idea che la marcia possa riprende, pur in mezzo a una distesa di rovine. Il suono, finora scuro e rumoroso, solo a tratti illuminato da una luce livida, si fa ora più malinconico e rarefatto, diviso fra una dimensione intima fatta di microsuoni e field recordings e momento di più ampio respiro (il piano poetico di Static Inertia) che sembrano indicare un lontano punto d’arrivo. Quando vi giungiamo, troviamo ad attenderci l’incredibile voce di Daniele Santagiuliana/dANi/ALvo alle prese con una sofferta Failure degli Swans: non c’è consolazione, ma l’esserci, il raccontare segna finalmente la volontà di tornare ad interpretare la nostra realtà. Era tempo.

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