Camion – A Serenade For Yokels (Autoprodotto, 2011)

Appena mi è capitato fra le mani il disco di questo terzetto romano non ho potuto non pensare che avessero uno dei nomi più brutti, o quantomeno banali, mai sentiti; la prospettiva ha cominciato a cambiare leggendo i titoli delle canzoni (fra cui spiccano gli eloquenti Route 666 e Cowbell From Hell) che rivelavano un immaginario simpaticamente cazzone e decisamente lontano dalle tendenze di genere. L’ascolto del disco ha poi fugato gli ultimi dubbi, rivelando il Camion per ciò che è realmente: il Pork Chop Express di Jack Burton in Grosso Guaio A Chinatown. Ora tutto ha un senso.
È fuori discussione che lo stoner sia da tempo un genere stagnante, ripiegato sull’imitazione di quei due o tre mostri sacri e sulla ripetizione di schemi predefiniti, in estrema sintesi una noia mortale. I Camion invece sembrano uscire direttamente dal periodo d’oro di quel suono e pur facendo musica catalogabile con tale nome, prestano attenzione più all‘essenza che alla forma, coniugando l’ossessiva ripetitività dei Black Sabbath con la lercissima ignoranza degli Antiseen e schiacciando il tutto sotto tonnellate di decibel che viaggiano in genere su ritmi mid-tempo, molto spesso ampiamente sotto. Oltre ai suddetti modelli emerge un evidente e sempre nobile retaggio metal (a tratti richiamano gli Entombed del periodo rock’n’roll) sia nella voce che nella pesantezza delle chitarre, che con un riff partono e con quello arrivano alla fine, senza tralasciare una sottile vena melodica che li qualifica come grezzoni, ma con un cuore. Ultimo significativo dato è che il gruppo è gravemente compromesso con i temibili padrini del grind’n’roll Inferno, dei quali due membri hanno contribuito come ospiti alla realizzazione del disco. Che dire quindi? I Camion non cambieranno certo il corso delle cose, anzi, sono inutilissimi come ogni vero gruppo rock’n’roll e proprio per questo notevoli. E poi ci fanno capire come avrebbero suonato i Motorhead di Orgasmatron se fossero usciti per Amphetamine Reptile: credetemi, non è poco.

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