Adamennon/Altaj – Turiya (Boring Machines, 2015)

Grande è la confusione sotto il cielo oggi che, per avere il patentino di magus della psichedelia occulta – almeno del suo lato più dichiaratamente esoterico – basta registrare una cassetta a mezzanotte in punto del giorno del compleanno del mago Silvan, pubblicarla in occasione di qualche ricorrenza non cristiana – ad esempio la sagra del polastrel di Olfino (MN) – e farcire i comunicati stampa di aggettivi come mistico, alchemico, maggico e splentito splentente. A favore giocano una certa semplicità di assemblaggio della materia, facilmente riproducibile con pochi aggeggi e un pubblico di disagiati del fine settimana che non sa chi siano gli Psychic TV o gli Ain Soph ma non perde una puntata di Voyager.
Fra le musiche che indagano le pratiche e gli aspetti più oscuri della nostra realtà, come si distingue dunque un prodotto di valore dalla paccottiglia? Annosa questione, difficilmente risolvibile. Se avete un minimo di conoscenze della materia trattata (e non mi riferisco alle questioni musicali) smascherare un epigono del mago Otelma non vi sarà difficile; al di là di questo, la credibilità e la serietà degli esecutori mi sembrano punti fondamentali: la cosa potrà non piacere ma parlando di suoni che, per la suddetta ragione, tendono ad assomigliarsi (e questo lavoro, sia chiaro, non fa eccezione) e che per definizione vanno oltre la semplice fruizione musicale, non mi pare neppure un’idea troppo peregrina. Veniamo al disco, allora, che presenta due facciate stilisticamente non troppo distanti, concettualmente diverse ma proprio per questo complementari. Adamennon lo conosciamo per l’ottima collaborazione con Alessandro Parisi ne Il Plenilunio Del Fuoco e soprattutto per il capolavoro MMXII, vero viaggio iniziatico sotto forma musicale; non sono però da trascurare le sue uscite con Liturgia Maleficarum e Tormental, che contribuiscono a fornire un quadro completo, per quanto a tinte fosche, della storia e delle influenze del personaggio. Per la composizione dei tre brani di questo split lo spunto è venuto dai culti delle desolate lande della Mongolia e degli altopiani del Tibet e si è tradotto nella messa in scena un ciclo cosmico in time lapse. È musica meditativa, figlia più di un abbandono completo al proprio inconscio, nella speranza di un contatto con gli spiriti, che non una loro evocazione, come era per MMXII. Qui il discorso e l’intento non sono gli stessi, non ci si aspetti quindi il seguito di quell’album, ma un percorso su una via diversa e lontana, per quanto parallela e per certi versi complementare. La breve Manvantara ci introduce, col suo suono fluttuante, a Niranyagharba, dove stratificazioni industrial-ambient e strumenti a corde trasportano i mantra dei Phurpa in una dimensione elettrica, mentre in Pralaya ritroviamo il suono vibrante sezionato da pulsazioni ritmiche quasi kraut, finché voci maligne, di lontana ascendenza black metal, ci accompagnano alla fine. La parola del titolo, nella cultura hindu, indica un periodo di oscuramente e dissoluzione e così sia.
Dietro al nome Altaj si cela Francesco Vara, attivo coi Dio Cervo nel giro psych-doom e come Capretto in ambito psych-folk (mi pare inutile soffermarsi sulla simbologia degli animali citati…). Anche in questo caso l’ispirazione proviene dal lontano Oriente, nella fattispecie dalla ricca tradizione sciamanica siberiana (come poteva non essere, con un nome così?); i suoi due brani sono maggiormente strutturati ed evocativi rispetto a quelli di Adamennon e ne rappresentano in qualche modo il completamento: qui gli spiriti sono ben presenti e ci accompagnano per tutto l’ascolto. Syngaaga, col suo minimalismo ambient popolato di battiti riverberati, evoca una landa attraversata presenze fluttuanti, inquietanti ma non minacciose, che perdiamo di vista verso la metà del brano e ritroviamo riunite in un finale lirico e malinconico. Più concrete le atmosfere di Teletskoje, fra echi di percussioni disordinate, ticchettii ipnotici e cori spettrali: il brano va gradualmente caricandosi di rumore e tensione fin quasi al parossismo, che si spengono però prima della fine, lasciando che siano dei battiti lontani a condurci fuori dalla visione. Questo split, si sarà capito, poco concede alla fruibilità e al facile perdersi via; perché l’ascolto sia appagante è richiesta dedizione, concentrazione e – perché no? – un’infarinatura sulle culture di riferimento, sebbene non sia condizione indispensabile alla fruizione del disco. Siamo alla presenza di roba seria, insomma, siete avvisati.

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