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Tag Archives: dead can dance

Murmur Mori – La Morte Dell’Unicorno (Casetta, 2018)

La prima cosa che si nota del nuovo disco dei Murmur Mori è il suo essere un lavoro ormai maturo: lo stile è collaudato – folk che guarda a 360° alla tradizione italiana ma incorpora influssi europei di oggi e di ieri – gli arrangiamenti impeccabili, le liriche splendidamente sposate alle melodie. Eppure, per essere…

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Melampus – Hexagon Garden (Riff/Sangue Disken/Old Bicycle, 2015)

Il terzo disco dei Melampus pecca nell’artwork: pulito, essenziale, ben fatto, chiaro. Tutto perfettamente in regola, se non fosse che i ripetuti ascolti di Hexagon Garden mi avevano indotto a tutt’altre tinte, a vedere evocato fin dalla copertina di questo lavoro un ambiente più livido e cerebrale. Ma va da sé che se la critica più dura è quella, personalissima e giocosamente pretestuosa, nei confronti di una grafica comunque di livello, significa che nel complesso il lavoro del duo Pizzo/Casarubbia riesce nel loro intento. …

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Kaeba – Lanurek 5.0 x 100 (Farmacia 901/Bugdate/Kaeba, 2010)

Proprio l'altro giorno pensavo a quanto questo Paese di "vecchi" (sia chiaro: per forma mentis e non per età!) e di superficial-giovani (alla base della cui educazione, comunque, presiedono direttamente o indirettamente dei "vecchi del cazzo"), trovare del talento così smaccato come in questo disco sorprende ed esalta. Tanto da far tenere le dita incrociate perché questo poco-più-che-ventenne non si bruci e non scompaia nel vuoto. Si tratta di un disco di elettronica più o meno sperimentale, a suo modo quasi ambientale e che ricorda alcuni lavori su questo stile assemblati da gente uscita dal giro IDM e riciclata nella sound art più morbida.

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Vincenzo Ramaglia – Formaldeide (Autoprodotto, 2007)

A volte mi stupisco del potere del caos mediatico, della scarsa attenzione che viene prestata a certi generi e della mia ignoranza (che quel tizio diceva che "rende forti"), così accade anche che a Sodapop vengano anche inviati materiali come quello di Vincenzo Ramaglia e non lo dico facendo della facile ironia, anzi, il problema è quello opposto, ovvero che il nostro grande capo è tutt'ora oberato di "rock targato Italia", più che di lavori del genere. Ramaglia, per la cronaca è uno che esce dal Santa Cecilia di Roma, lo stesso da cui è uscito quel tizio che si chiama Morricone e tutto sommato si sente, tant'è che state pur certi che si tiene ben lontano plasticoni da quei pianoforti digitali stile Vangelis di quart'ordine (l'originale ha fatto anche dei gran bei dischi) o dalle registrazioni immonde che rovinavano Trovajoli, Piccioni e simili durante gli anni Ottanta.

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