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Sean Noonan Pavees Dance – Tan Man’s Hat (RareNoise, 2019)

Seconda uscita per l’ensemble Pavees Dance capitanato dal batterista di lungo corso Sean Noonan, un cantastorie moderno che, come evoca il nome del progetto, si richiama qui alla minoranza etnica nomade irlandese di artigiani itineranti, abili nel realizzare oggetti a partire dai materiali disponibili. Ma qui sono già in partenza qualcosa di prezioso, come la chitarrista Ava Mendoza, un nome molto interessante della nuova scena improv contemporanea, e dal tastierista Alex Marcelo. Sono da aggiungere poi due vere e proprie leggende che completano la formazione, il bassista Jamaaladeen Tacuma, uno dei pionieri dell’improvvisazione armolodica che ha perfezionato il concetto al fianco del suo inventore Ornette Colemann, e Malcolm Mooney, primo storico cantante dei Can.
Una musica che trova nel vigore creativo la sua resistente ragion d’essere: psichedelia che tinge fantasiosamente le tracce di sapore onirico, divagazioni progressive che spianano la strada in modo visionario, sincopazioni jazz-rock che scoprono spigolosità e aperture improvvisative che finalizzano il tutto. Un suono caleidoscopico refrattario a facili categorizzazioni, che si sposa alla perfezione con il metodo linguistico di Noonan e Mooney: scrivere a partire da canovacci per sviluppare in modo istantaneo anche la parte più propriamente testuale. Una musica intrisa di una personale concezione cosmica, pensata anche come chiave di lettura politica e declinata attraverso soluzioni tanto varie e cangianti da mettere a punto una pratica creativa tanto trasformista quanto consistente. Questo è il vero punto di forza di Tan Man’s Hat.         
Un suono che si apre come scatole cinesi ma da più parti, a partire dalle elucubrazioni psych-rock di Boldy Going che precipitano nell’armolodia raggiungendo un’affascinante spazialità, per poi ritrovare il sentiero e sciogliersi in dilatazioni languide. Temi pulsanti e rocciosi (Graviti And The Grave, Tell Me, Girl From Another World) dove la voce di Mooney spinge efficacissimi strali comunicativi abilmente puntellati con slancio appassionato dalla Mendoza, che aggiunge ulteriore profondità alle linee di fuga. Ci si perde poi tra vaudeville marziani che alla giocosità uniscono slabbrature acide (Martian Refugee) o che si dileguano in atmosfere blues rarefatte (Turn Me Over); sorrette nel loro baricentro dall’ottimo lavoro di Marcelo. E oltre le asprezze dissonanti di The End Of Inevitabile, non mancano poi ballate che sprofondano nell’acid rock (That Man’s Hat) o che si muovono con un personale senso del soul, come nella finale Winter Inside.
Il tutto gestito con il grande gusto della poliritmia e della scrittura di Noonan e da un centratissimo senso del groove di Tacuma che mantiene la pulsazione sempre a livelli ottimali.
Un metodo che rimanipola i canoni per fonderli in un linguaggio che senza tradire le proprie radici risulta attuale e spontaneo: le diverse tensioni aprono costantemente direzioni inaspettate, creando una molteplicità di significati che si cristallizzano conservando sempre una proficua logica di apertura. Una strategia azzeccata che permette di creare allusioni e metafore credibili per evocare temi di urgente attualità, come la difficile situazione delle minoranze o l’ipocrita gestione dei flussi migratori globali.
Qualche eccesso di prolissità lo si può derubricare come peccato veniale, visto che da ogni singola jam i cinque sanno far emergere una viva e reale sostanzialità.
Un disco molto riuscito che potrebbe soddisfare in modo del tutto trasversale un’ampia platea di ascoltatori.

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