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Psychofagist: grind freak con eleganza

Ho scoperto gli Psychofagist ai tempi del loro disco su Subordinate: li avevo trovati interessanti fin da subito, tanto che li comprai senza battere ciglio. Le uscite successive hanno confermato che si trattava di un gruppo interessante, oltre che anomalo, infatti, nonostante viaggino a velocità assurde, usino ossessivamente passaggi tecnici, sfoggino stranezze e violenza cieca, i nostri riescono a mantenere una certa dose di ironia, che in ambiti come quello grind e death metal è merce piuttosto rara. Dopo averli visti dal vivo varie volte, oltre a notare i progressi tecnici e la capacità di elaborare pezzi intricatissimi, non ho potuto non sorridere a certe battute che facevano da contrappunto a un approccio molto serio, ma allo stesso tempo non privo di quell’attitudine punk che a certe latitudini risulta quasi inesistente. In tempi in cui molti lamentano la carenza di gruppi validi, gli Psychofagist coniugano tecnica e personalità in modo davvero interessante. Provare per credere.

SODAPOP: Quando avete iniziato eravate un gruppo grind “anomalo”, direi che con il tempo, pur mantenendo delle velocità di crociera degne di un missile, siete sempre meno grind e sempre più “anomali”. Dove volete arrivare? Vi sentite capiti? Avete avuto un’infanzia difficile?
MARCELLO: Teorizziamola così: siamo nati con forte strutturazione death/grind e un alone di “proviamo a sperimentare, esagerare, confondere, destabilizzare” e, con il passare degli anni, ci siamo resi conto di quanto l’alone sia diventato “Nuova Carne” (citazione Cronenberg-iana d’obbligo) e di quanto il grind abbia sublimato, confondendosi con altre forme estreme, come il noisecore, l’industrial, la rumoristica, la no-wave, il jazz-core, il powerelectronics, il powerviolence. Ci sentiamo incompresi, ma non quell’incomprensione tipica dei geni, più quel “mal porsi” che subiscono i ritardati o i reietti della società. Noi finiamo per essere bistrattati sia dai grinders (troppo grezzi e dozzinali) che dagli avantjazzisti (troppo snob e radicali), per cui ci seguono solo i ritardati e reietti come noi, che saranno la classe dominante della futura era post-atomica (il manga Ken il Guerriero è antiprofetico sotto questo aspetto). In questa risposta trapela chiaramente la difficoltà della mia infanzia…

SODAPOP: Stefano, tu hai spinto un po’ più in là l’idea di sperimentare e, oltre a fare dei dischi solisti e delle collaborazioni, hai aperto un’etichetta. Per di più in ambito sperimentale sembri più interessato a suonare il sassofono o sbaglio?
STEFANO: Credo che la cosa più importante in ambito musicale sia non percepire le barriere o le differenze di genere come limitazioni. Allo stesso modo si può giocare coi “limiti” e gli errori come se fossero parte integrante di un’improvvisazione o una composizione. Personalmente non credo di essermi imposto di sperimentare con la musica, semplicemente ho imparato ad abbattere quei pregiudizi che purtroppo sono molto diffusi da un po’ di tempo a questa parte. Al momento le uniche distinzioni che faccio in ambito musicale sono tra la “buona” e la “cattiva” musica. Per quanto riguarda la mia neonata dEN Records, provo sentimenti molto contrastanti: da un lato sono molto felice di aver intrapreso questa nuova avventura, dall’altro non so proprio chi me lo ha fatto fare!!! È  partito tutto dalla necessità di autoprodursi fino a diventare una vera e proprio etichetta. Riguardo al sassofono hai ragione, forse perché da un po’ di anni a questa parte mi sono un po’ stufato della chitarra, infatti la suono praticamente solo con gli Psychofagist, ormai. La cosa buona è che, fortunatamente, da qualche anno sto dedicando davvero tante ore al giorno allo studio del sax, che per me ha un effetto veramente terapeutico!!! In secondo luogo è lo strumento con cui mi sento più a mio agio, in certi ambiti. È bello crearsi un alternativa una volta tanto, no?

psychofagistintervista2SODAPOP: Ritornando agli Psychofagist, dopo avervi visto due o tre volte ho notato come, pur avendo uno stile ed una tecnica degna dei metallari più “ricercati”, dal vivo prevalga un’attitudine a tratti autoironica. Mi pare che Marcello abbia un peso notevole in tutto ciò e che voi assecondiate parecchio la sua ironia fra il trash e lo svaccato. Non temete di essere presi poco sul serio (cosa che ho visto accadere)?
STEFANO: Quest’attitudine fa parte di quello che siamo. Non so se questo modo di essere ci abbia in qualche modo “danneggiati”, ma ci permette di essere più vicini alle persone che vengono ai nostri concerti. La nostra musica in qualche modo allontana la gente, quindi credo che avere un atteggiamento da superiori e spararsi pose plastiche o avere comportamenti da super-esaltati non faccia per noi, anzi, abbiamo sempre trovato questo modo di atteggiarsi abbastanza ridicolo. Forse non hai tutti i torti a dire che il rovescio della medaglia sia essere presi poco sul serio, ma se proprio devo essere sincero non mi importa. Dobbiamo essere presi seriamente per quello che facciamo e per l’impegno che ci mettiamo nel portarlo avanti, tutto il resto non mi riguarda. Se qualcuno ci prende poco sul serio perché facciamo qualche battuta ai concerti è un problema suo, ma mi piace pensare che riguardi la minoranza delle persone che ci seguono. In fondo nella vita ci vuole un po’ di ironia altrimenti è finita!!!
MARCELLO: Stefano è stato efficacissimo nella sua risposta: credo semplicemente gli Psychofagist non abbiano mai avuto personaggi da interpretare o ruoli da calzare; tutto è naturale e credo che questa disparità (bipolarismo, lo chiamerei) tra l’apnea, la tensione, la follia e l’approccio animalesco da un lato e la goliardia o lo “svacco” dall’altro, possa elevare lo stato di alienazione complessivo della performance. Scusate l’intromissione.

SODAPOP: Cosa vuol dire suonare grind oggi? Mi spiego: continuo a leggere riviste e siti scritti da gente over trenta che si lamenta di come oggi faccia tutto più schifo di un tempo e questo nonostante dosi mostruose di tecnica e registrazioni da paura. Voi vi sentite dei belli senz’anima (o senza l’anima de li mortacci)?
MARCELLO: Grindcore… mamma mia, un termine oggi sulla bocca di tutti. Pensa che la settimana scorsa mi è capitato di leggere un articoletto sui Napalm Death su Rolling Stone (che ormai dilaga nelle più improbabili sale d’attesa del circondario). Siamo alla frutta? Io dico di sì, ma questo non significa che non possano esserci eccellenti proposte dell’ultima ora etichettabili in quel modo. Ma ha senso che questo abbia come unico fine il saziare, parzialmente ed in via del tutto irrisoria, la fame di violenza di trentacinquenni cresciuti a Fear Of God, SOB e Defecation? Di violenza gratuita e senza senno nella musica ce n’è più che mai, senza bisogno di imbruttire ed inflazionare un genere così puro e dall’attitudine così limpida. Passate oltre, volete qualcosa di davvero disruptive? Le performance di fine anni ‘60 del Legendary Stardust Cowboy.

SODAPOP: Mi pare che due di voi lavorino come fonici, esatto? Ed il vostro batterista? Per altro come conciliate vita privata, gruppo, date e i diversi progetti solisti e non di Stefano?
STEFANO: Negativo!!! Al momento l’unico con un lavoro stabile è Marcello, io e Federico studiamo e cerchiamo di fare i musicisti a tempo pieno con scarsissimi risultati!!! Per ora riusciamo a far quadrare tutti gli impegni senza particolare sforzo. Dal punto di vista live siamo abbastanza attivi, ma ancora lontani dall’obiettivo di fare almeno 200 concerti l’anno, quindi per adesso da quel punto di vista non c’è nessun tipo di panico, anche se spero sopraggiunga molto presto. Personalmente punto a far diventare quest’attività un lavoro e spero di avere molti più concerti in programma dal prossimo autunno.

psychofagistintervista3SODAPOP: Giusto a proposito di questo, Stefano, puoi parlarci della tua etichetta, la dEN Records e quindi anche dei vari progetti solisti che ti stanno coinvolgendo al momento? Sei l’unico che ha una discografia parallela così variegata o anche gli altri non sanno stare fermi?
STEFANO: La dEN Records nasce sicuramente da un colpo di testa. È  stato come gettarsi da una scogliera senza conoscere la profondità dell’acqua sottostante. Tutto è cominciato dall’esigenza di autoprodurmi il progetto solista dE-NOIZE. All’inizio non avevo intenzione di dar vita a una vera e proprio etichetta, ma poi come al solito, la passione ha fatto in modo che le cose mi scivolassero di mano. Al momento, come puoi immaginare, si tratta di una delle tante imprese in perdita e probabilmente sconsiderata, visto il periodo storico nel quale ci troviamo. Dall’altra parte però sono molto felice dei prodotti dEN fino a questo momento e a breve uscirà anche la prima produzione di alto livello, con un nuovo cd che vede protagonisti Mats Gustafsson, John Russell e Raymond Strid. Per me è un onore poter avere in catalogo musicisti di livello mondiale e poco importa se dovrò impegnare le poche ore che mi restano a fine giornata per fare tutto quello che posso per promuovere l’etichetta e gli artisti che decidono di uscire con dEN Records. Per quanto riguarda i miei progetti al momento sono impegnato con Psychofagist, il mio quintetto Ferrian’s Nutimbre, con il quale suonerò all’Umbria Jazz a luglio, l’FMS Trio insieme a due musicisti norvegesi (Adrian Myhr e Tore Sandbakken) e ovviamente il mio progetto in solo dE-NOIZE. Nei dieci minuti giornalieri restanti sto cercando di organizzare il secondo Impro Connection Tour, un tour in solitaria che mi dà l’occasione di suonare ogni sera con musicisti diversi. Una bella sfida da un lato e una grande esperienza dal punto di vista umano e musicale dall’altro. Il primo Impro Connection Tour l’ho fatto tra Portogallo, Finlandia, Svezia e Norvegia e con molti dei musicisti incontrati ho iniziato una collaborazione stabile. Insomma, si fa quel che si può, anche se devo ammettere che è sempre più dura. Ogni progetto che ti ho elencato richiede una gran quantità di energie e a volte non so davvero come fare a trovare nuovi stimoli e speranze per andare avanti, ma sono convinto che prima o poi tutta questa “fatica” porterà qualche frutto. Per quanto riguarda gli altri due matti che fanno parte degli Psychofagist sono anche loro impegnati in svariati progetti al momento in via di maturazione!

SODAPOP: La musica vi ha salvato la vita, come a Eros Ramazzotti, o ve l’ha rovinata, come a Sid Vicious? E in entrambi i casi, dove andrebbe collocato il vostro immaginario in bilico fra il catastrofico e la citazione di Fantozzi?
MARCELLO: Preferiremmo che la musica ci segni la vita come ha fatto per la Hunziker, più che per Ramazzotti: rendita parassitaria, arrivismo, raccomandazioni e poi nuovo corso e ‘fanculo al “vecchio”. Anche Nancy Spungen ha analogie con questo discorso, a corroborare la tesi che non è la musica a cambiare, condurre o stravolgere la vita del musicista in sé. Il musicista rimane uno sfigato, un’insignificante vittima delle coincidenze cosmiche non controllate centralmente (qua la citazione è colta), uno che per quanto si creda dandy o dannato bohémien o nichilista Motorheadiano, sotto sotto è un metodico calcolatore ed un ambizioso osservatore. Insomma, un ragioniere medio di una impercepibile multinazionale che, levandosi la coppola da proletario e vestendo i panni del poeta, si rivolge alla signorina Silvani di turno declamando: “cogliamo i fiori di questa primavera prima che sopraggiunga l’inverno”. La risposta sarà inevitabile: “Fantocci, ma lei è un poeta… FFFFPPUH!”. C’est la vie.

psychofagistintervista4SODAPOP: Cosa resterà della musica o del rumore di questi anni e perché? E sopratutto è giusto che resti?
MARCELLO: Cosa intendi per “questi anni”? Gli anni boom delle reunion o gli anni in cui si definiscono avanguardisti musicisti che trenta anni fa sarebbero stati bollati come derelitti? Parli con un gerontofilo, che si impegna assiduamente a scandagliare l’underground attuale ma che cade disilluso ciclicamente. Oltretutto l’overload di gruppi, musicisti, proposte, etichette, etc. etc. non aiuta. Cosa rimarrà? Rimarrà tutto ciò che tra dieci o vent’anni diverrà inaspettatamente (ed in via non del tutto giustificata) un trend. La cultura dell’effimero. E io rimarrò avvinghiato ai miei LP degli Obituary!!

SODAPOP: Buffo, ma leggendo le vostre risposte ho come l’impressione che Stefano sia più contenuto e calibrato, mentre Marcello, nonostante l’ironia caustica, sia più distruttivo. Ma per fare musica estrema bisogna essere persone estreme? Devastarsi e farsi le pere come Seth Putnam degli Anal Cunt? O si può essere dei bravi ragazzi come mamma spera?
MARCELLO: Io trovo sempre affascinante il connubio fra genio e sregolatezza, poesia e maledizione, art rock-rumore-Eastside-buchi in vena; è ipocrita chi nega di aver percepito ciò, almeno la prima volta che abbia preso in mano uno strumento. Però poi riatterri nella vita reale: non c’è la sovvenzione pubblica per giovani musicisti come in Svezia, ma hai l’affitto, il canone RAI, i vizi più o meno deleteri e una famiglia che, salvo casi controversi e/o da assistenza sociale, avrebbe preferito un figlio odontoiatra da invitare la domenica a mezzogiorno piuttosto che il GG Allin di turno. E a questo punto cosa fai? Ti ribelli al sistema? No, semplicemente ti ribelli a te stesso e lotti per auto-dimostrarti che i fustacchioni delle riviste di musica, in fondo, non sono così distanti. Poi ci sono strade più semplici e altre impervie, c’è il culo e c’è la perseveranza, ci sono anche gli eccessi, le relative liste di morti celebri e dei disintossicati. Alla fine ci si rompe le palle di tutto e si torna a mangiare il branzino al forno dalla mamma.
STEFANO: Più che contenuto e calibrato il fatto vero è che ormai dopo quattordici anni di sangue buttato via, una mattina mi sono svegliato e ho scoperto che le palle ormai toccavano terra. Al momento l’unica cosa che mi fa andare avanti è una passione smisurata per quello che faccio unita all’illusione ormai debole che un giorno cambierà qualcosa. Per il resto non ci siamo mai drogati pesantemente per fare quello che facciamo. Qualche vizio c’è, ma se rapportato all’immagine del musicista sfasciato e tossicodipendente siamo ben lontani da quell’immagine. Quello che so è che per fare quello che faccio ho passato quasi due terzi della mia vita chiuso nella mia camera a studiare chitarra o sassofono e il restante terzo ad ascoltare tutta la musica che riesco a procurarmi. La verità è che è molto più anticonformista essere una persona “a posto” componendo cose da squilibrati mentali piuttosto che rappresentare al 100% la figura del fattone/rinnegato sociale e tossicomane. In fondo lo stereotipo del “musicista sfatto” è tanto conformista quanto quello dell’impiegato di banca, perché sono entrambe figure frutto della stessa società del cazzo, fatta di apparenze in cui ci troviamo a vivere. A volte le persone che ci incontrano ai concerti rimangono stupite della nostra attitudine, forse per il semplice fatto che non rispondiamo a dei canoni “conosciuti”. Personalmente mi limito a fare quello che mi piace cercando di dare il meglio che posso ho e per mantenere un certo livello non posso permettermi di sfasciarmi più di tanto.

Foto di Benedetta Ubezio (live @ Escape MC, Wien 06/04/2012)

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