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Lazarus – The Trickster (St. Ives, 2009)

Trevor Montgomery, fuoriuscito dai Tarentel alcuni anni fa, ha imboccato il sentiero già battuto da altri (Steve Von Till e Alexander Tucker, per esempio) che dalla psichedelia più dura porta a una sorta di folk ancestrale; lo ha fatto col solitario progetto Lazarus, giunto al suo quarto capitolo. The Trickster è edito in 300 copie in vinile color ambra dalla St. Ives, succursale della Secretly Canadian e, almeno la mia copia, è contenuta nella copertina dell’LP Submarine dei Dead Science, in buona parte coperta da strisce di densa vernice nera. Sono pochi gli elementi di cui Lazarus si serve per comporre le proprie canzoni: la voce baritonale e la chitarra, sempre; poi, quasi mai compresenti, un glockenspiel, un’altra chitarra in loop, un basso, un’armonica. Se a questo aggiungiamo che le due facciate sono contraddistinte semplicemente dai nomi di due animali tradizionalmente reietti, il corvo e il coyote, potete intuire cosa vi riserverà l’ascolto. Un disco spoglio come l’inverno, dove la tradizione folk americana si sposa con eterei droni che sembrano evocare il lento ciclo delle stagioni. Ripetitivo è anche lo schema delle canzoni: chitarra pizzicata e voce, affiancate nel ritornello da uno degli strumenti di sopra. Ognuna, però, ha qualcosa che la caratterizza: gli intermezzi sempre diversi che ravvivano Lord I Know Because I Told You To Go Away, la malinconica melodia che guida il ritornello di Let Blood Wash Away With Steam, la sofferta vocalità di Oh che ci accompagna fino alla distorsione e ai feedback che la chiudono, gli echi e i riverberi che mesmerizzano Ra Ya Nee. Un album di commovente bellezza, compagno ideale per attraversare l’inverno astrale.

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