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Iceburn/Ascend/Eagle Twin: la poetica del ghiaccio e del fuoco di Gentry Densley (seconda parte)

Riprendiamo e concludiamo il racconto delle vicende di Gentry Densley e delle sue creature, ripartendo dall’ultimo periodo degli Iceburn, quello più oscuro e arrivando attraverso vari progetti più o meno estemporanei, ai giorni nostri, con le recenti incarnazioni Ascend e gli attivissimi Eagle Twin, freschi di nuovo album.
Per quanto molti, da Power Of The Lion, ricordino poco o nulla di quello che succede al gruppo, i nostri eroi, ormai in preda ad un totale disinteresse per promozione, grosse etichette, circuiti punk e quant’altro, proseguono imperterriti nel loro percorso, incorporando sempre più lo spirito della musica free degli anni ’70. Tutto ciò è evidente nell’album del 1999 Speed Of Light/Voice Of Thunder. Questo lavoro fotografa ancora una nuova incarnazione della band che vede due chitarre, due batterie e due sassofoni; la registrazione è curata da Jared Russell e Gentry Densely stessi, direttamente in sala prove. Il suono scarno e molto ruvido mette in mostra una formazione in preda ad una forma di autismo volto alla ricerca sonora, che partorisce un free-jazz-rock deforme, a tratti più vicino ai Gorge Trio (in cui successivamente suonerà Ed Rodriguez) che non al suono originario dei primi dischi. Per lo più si tratta di schegge free nervose che non superano i tre minuti, quasi senza lasciar spazio a parti soffuse e momenti di pace. Il giorno della registrazione l’atmosfera della sala prove doveva essere Iceburn_live_1994decisamente animosa, perché si tratta di un disco che, tenendo fede al nome che porta, viaggia velocemente e fa molto rumore. Sempre più interessati al loro percorso solitario, non paghi di aver spiazzato anche gli ascoltatori di più lungo corso che non riescono più a seguire un linguaggio così particolare, gli Iceburn danno un colpo di grazia a qualunque ipotesi di classificazione e per celebrare il nuovo millennio stampano un CD che esce per la misconosciuta Mountain. In Land Of Wind And Ghosts (2000), con una line up che oltre alle chitarre, percussioni e sax vede l’aggiunta sporadica di un basso, gli Iceburn Collective suonano delle improvvisazioni elettroacustiche a tratti accostabili al catalogo Creative Sources o all’opera di Peter Brotzamann. Pur giocando con questi elementi e realizzando un disco dai toni abbastanza soffusi, la band lavora in modo fisico, facendo ancora emergere le proprie origini. La registrazione è scarna, ma si tratta comunque di un disco con qualcosa da dire, che ormai galleggia nel calderone di certe musiche colte ma anche di certe deformità prossime alla Skin Graft Records. La parabola ufficiale del gruppo parrebbe finita qui; di loro, nel nuovo secolo, non si hanno più notizie se non fosse per il fatto che Densley, con alcuni dei vecchi compagni, farà ogni tanto capolino su altri dischi, dai più canonici Form Of Rocket e Rival School a progetti estemporanei aperti a nuovi ambiti di ricerca, come Lion Dub Station, Smashy Smashy o Gudgeguh. Del canto suo Jared Russel si dedicherà quasi esclusivamente alla sua etichetta, la Red Light Sounds e al negozio di dischi che porta lo stesso nome, facendosi notare solo per le estemporanee comparsate di suoi due progetti solisti: gli ostici Night Terror e i Radio Club, insieme alla compagna Tia Martinez, elettronica che strizza l’occhio ai dancefloor più alternativi. È così con grande sorpresa che Mirko Spino, della nostrana Wallace Records, nel 2006 estrae dal cilindro delle tarde registrazioni del collettivo, con Densley e Rodriguez alle chitarre e Chad Popple alla batteria. Le stamperà in uno split 10” per la serie Phonometak che vede gli americani su di un lato ed il supergruppo formato da Zu e Xabier Iriondo sull’altro e sarà a tutt’oggi l’ultima uscita a nome Iceburn. I tre sono pronti a stupire ulteriormente chi li ascolta con un suono che fa intuire dove Gentry sarebbe andato a parare da lì a qualche anno. Lasciandosi alle spalle gli episodi elettroacustici, se non per una ruvidezza di suon tutto sommato simile, gli Iceburn virano su un avant-core-free-stoner-noise che potrebbe vagamente far pensare ad un ibrido impossibile fra Ascend_promoDazzling Killmen, Black Sabbath, stoner, Ruins, japanoise e qualcosa che, come dicevamo, si sentirà successivamente negli Eagle Twin. Sarà con questo nome che la carriera di Densely giungerà fino ai nostri giorni, ma il suo ritorno è inizialmente dovuta a un altro gruppo, gli Ascend, accasatisi nel 2008 alla corte della Southern Lord, al tempo etichetta guida della scena doom più evoluta, sull’onda del successo dei Sunn o))). Proprio da questi proviene il già citato Greg Anderson, boss dell’etichetta in compagnia dell’altro incappucciato Stephen OMalley e qui compagno d’avventura di Densely. Dopo un po’ di tempo il nostro ha finalmente un gruppo che si annuncia stabile, con una formazione aperta che non può non richiamare alla memoria quella degli Iceburn. Intorno ai due padrini ruotano infatti il sessionman Steve Moore (lavori con Bill Frisell e Sufian Steven all’attivo) a synth e trombone, Randall Dunn (Master Musicians Of Bukkake) a svariare su diversi strumenti, l’immancabile Attila Chisar e il redivivo Kin Thayl, dei Soundgarden, ospite in un pezzo. Ma si segnalano anche alcuni reduci della stagione hardcore: Andy Patterson (dei postcorer State Of The Union) serve alla batteria, mentre Bubba Dupree dei Void presta la sua inconfondibile chitarra in un pezzo. Ample Fire Within, questo il titolo del disco, non è ovviamente un semplice album doom, o meglio, lo è solo attitudinalmente, declinando lentezza e pesantezza nelle forme più disparate: rauco hard-folk e ombre jazz in Divine, lento tribalismo con assortimento di fiati in V.O.G., dove Densely si cimenta nuovamente col sitar, o i Black Sabbath di Sabotage teletrasportati nel nuovo secolo nell’epica Obelisk Of Kolob. Sullo sfondo echeggiano i Neurosis più ispirati e le chitarre abbandonate a sé stesse dei Khanate, ma a prevalere è un gusto melodico e una scrittura sempre in bilico fra rigide cadenze doom e aperture hard-free. Sono però gli Eagle Twin il progetto dove la personalità di Densely trova la massima espressione ed attualmente il gruppo che lo vede maggiormente impegnato, dopo che gli Ascend, entrati in studio a giugno per le registrazione del nuovo disco, non hanno più dato notizie. In coppia col paffuto batterista Tyler Smith, che già aveva militato con lui nei Form Of Rocket, il chitarrista si concentra sul suo strumento d’elezione, disegnando scenari di hard primordiale, ancora una volta doom come attitudine più che come stile, dove il suono crea e disfa strutture e sui cui la voce, a seconda dei casi, si adagia o galleggia nel vuoto, narrando antiche leggende e storie di popoli scomparsi. Uno split 7” coi Night Terror del vecchio sodale Jared Russel, un album su Southern Lord (Unkindness Of Crows, con testi ispirati all’opera del poeta inglese Glenn Hughes) e uno split con i doomers inglesi Pombagira segnano un percorso che sembra, nei suoi sviluppi ultimi, inquadrarsi verso una forma canzone scarnificata e primitiva. Il grosso vantaggio che tuttavia ha l’agile struttura del gruppo, ancor più del concedere libertà creativa, è la possibilità di tornare continuativamente on the road. Prima una serie di date negli Stati Uniti, di spalla ai grossi nomi del post-core mondiale, poi un tour europeo in supporto ai Sunn o))) all’inizio del 2010, subito bissato da uno come headliner alla fine dello stesso anno, coi già citati Pombagira a far da scudieri. È in questa occasione che ci è stata data la possibilità di toccare con mano la consistenza degli Eagle Twin. Dal vivo i sette eagle_twin_liveamplificatori alle spalle dei musicisti sprigiona un magma sonoro su cui, come relitti, galleggiano i resti delle canzoni che si ascoltano sul disco, un flusso che Densely governa con la sua mostruosa Electric Guitar Company customizzata con doppio jack e corde di basso assortite. In questo fluire ininterrotto tutto il folk scurissimo, il doom, il rock free-form viene rimesso in gioco attraverso una furia che richiama alla mente certe registrazioni live di Hendrix, segno della voglia spogliarsi di schemi precostruiti per abbeverarsi direttamente alla fonte del suono. L’impressione è che nulla sia preordinato e che quello a cui si assiste sia una sperimentazione in vivo sul corpo del rock, in cui tutto è in continua ridefinizione, facendo emergere pienamente la cifra stilistica del progetto: la forzatura del confine dei generi. Rispetto agli Iceburn il discorso è sicuramente meno complesso, ma non meno profondo ed è impossibile non ritrovare certe caratteristiche che da sempre fanno parte del bagaglio artistico del nostro uomo: la ricerca come pratica ancor prima che come teoria, il vedere ogni punto d’arrivo come semplice base ripartenza, la ricerca di un suono originario che travalichi generi e stili. Ultimamente, dopo che, come si diceva, si sono perse le tracce degli Ascend, gli Eagle Twin hanno continuato un’intensa attività dal vivo, con un tour australiano in compagnia dei Monarch e tutta una serie di date a “chilometri zero” nei dintorni di Salt Lake City, che li stanno impegnando tuttora e presumibilmente contribuiranno a spostare ancora più in là i confini della loro musica, essendo l’esibizione dal vivo il campo privilegiato della loro ricerca. Proprio di questio giorni è la notizia del completamento del nuovo album, The Feather Tipped the Serpent’s Scale, che vedrà la luce sempre su Southern Lord e sarà seguito da un tour internazionale. Vedremo, non appena avremo modo di ascoltare, a che punto del loro percorso sono giunti queta volta.

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