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The Great Saunites – The Ivy (Neon Paralleli/HYSM?/Verso Del Cinghiale/Villa Inferno/Terra Cava/Lemming, 2013)

Torna a farsi sentire, con un vinile in tiratura limitata, il duo lodigiano, di cui avemmo modo di parlare un paio di anni fa. La formula a due non cambia, ma stavolta si registra la presenza di un ospite (Luca Ciffo della Fuzz Orchestra, in un pezzo e nelle vesti di produttore) e una maggior varietà di strumenti rispetto al classico basso/batteria, cosa che influenza evidentemente la direzione musicale: anche se restiamo nell’ambito di un solido rock strumentale, il gruppo non si preoccupa di seguire alcuna tendenza e se ne esce con un disco dove la bassa lombarda e il Texas della Trance Syndicate si sovrappongono in un’immagine sfocata.
La partenza di Cassandra, velocità sostenuta su strade polverose, ci fa pensare che nulla sia cambiato dal precedente Delay Jesus ’68 e ci inganna, perché questa volta i The Great Saunites decidono di battere percorsi meno lineari e già Medjugorje, pur sfoggiando un suono solidamente noise, coi suoi synth che si stendono eterei sullo sfondo, dà un senso di spazialità alla Hawkwind (magari quelli rivisti in chiave più moderna nella tribute compilation su Neurot di tre anni fa) davvero inatteso. Da qui in poi è tutto uno mutare di scenari, fra chitarre gilmouriane che si stendono morbide su tappeti di filed recordings, voci e battiti irregolari (Bottles & Ornaments) e le delicatezze di Ocean Raves (invero il momento meno memorabile del disco). L’apice lo si raggiunge sul lato B, occupato da un unico brano diviso in vari movimenti, che consta di cavalcate epiche adornate da arpeggi riverberati e melodie incompiute, schianti nel caos dopo accelerazioni forsennate e addirittura un pezzo cantato (recitato, per essere più precisi) che mescola insieme dark/ folk alla Swans/Angels Of Light e svisate di chitarra e sintetizzatore in odore di jazz. Pur continuando a rifuggire la forma-canzone in The Ivy c’è meno aria di jam session: il gruppo mostra di voler provare a sperimentare nuovi linguaggi, anche a scapito della coesione delle varie parti. Ne esce un disco che sa volgere la disomogeneità  a proprio favore, mettendo in mostra diversi spunti interessanti, molti già ben a fuoco, altri che potrebbero venire sviluppati in futuro: c’è solo l’imbarazzo della scelta.

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