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Franz Rosati – Black Body Radiation (Manyfeetunder, 2015)

Franz Rosati riprende in discorso iniziato con l’album Ruins un paio di anni fa e con Black Body Radiation lo porta alle estreme conseguenze. Non che il predecessore fosse un disco afferente all’antica categoria della “terapeutica di facile ascolto”, ma fra le pieghe del rumore c’era un che di immaginifico che in qualche modo testimoniava la volontà di farsi riconoscere e di comunicare. Quest’album no: suona come i codici interni di macchine che scandagliano un mondo che, almeno di primo acchito, fatichiamo a riconoscere.
Non è tuttavia il nichilismo gratuito che troppo spesso ci ammorba le orecchie: Black Body Radiation ci mette di fronte a un linguaggio che utilizza un alfabeto che non conosciamo ma che, in qualche modo, parla a una parte di noi. Sarà perché alla base di tutto c’è un uomo o ancora più probabilmente perché, pur essendo il suono dell’inorganico, è un inorganico sempre più interconnesso con la nostra carne e che, per qualche strana ragione, in qualche recondita parte del nostro cervello, comprendiamo. Nei momenti più quieti e misurabili ascoltiamo la voce delle macchine che ci circondano e ci rendono migliore la vita, in quelli più drammatici assistiamo collasso delle strutture elettroniche edificate da Autechre e soci negli anni ’90; sempre ascoltiamo il suono di qualcosa che non possiamo vedere, ma c’è e influenza il nostro vivere. Anche se gli immaginari evocati sono lontani, mi sentirei di accostare questo lavoro di Rosati al recente Asymetrical Warefare di Simon Balestrazzi: identico è il rigore con cui la materia è affrontata, così come la tensione verso la ricerca di un linguaggio che ci permetta leggere e affrontare il presente. La missione è ardua ma i ragazzi ci sanno fare.

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