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AA.VV. – Niente Records Volume 1 (Niente, 2009)

Niente orpelli, o quasi: per scelta della neonata etichetta degli St.Ride non ci sono note né altre scritte tranne “Niente Records Volume 1” e praticamente nessuna grafica, solo un pezzo di carta riflettente in stile CRX dei Casinò Royale; a questo punto dopo essermi visto riflesso non posso far altro che dedicarmi all’unico contenuto che l’etichetta vuole far passare, la musica. E sui contenuti c’è da dire subito che, anche di fronte a materiale di qualità come questo, una raccolta di diciassette tracce di musiche elettroniche/avant/rumoriste non è propriamente “digeribile”, ma ormai il duo genovese ci ha abituato al fatto che non punta per nulla alla fruizione diretta delle proprie attività musicali.
Per il recensore poi, senza neanche l’appiglio di un foglietto la vita è dura, però gli St.Ride a richiesta mandano la tracklist via e-mail (avete presente “com’è umano lei!” di Fantozzi); ma mi dico che se la lista non ce l’ho è giusto che sia così: quindi non la chiedo e tiro dritto per la mia strada impervia. Il primo brano del disco inganna: i sei minuti di bel post rock geometrico e delicato paragonati al resto sono una oasi di musicalità, già dal secondo pezzo la storia cambia e le rimtiche elettroniche spezzate, associate a clangori in crescendo, ci riportano all’Aphex Twin più disturbato; dopo un inframezzo live jazz rock a bassa fedeltà da trenta secondi ci accoglie (!?) un sax disturbato in compagnia di altri strumenti per una jam free di quelle parecchio deviate tutta in bilico tra pieni e vuoti, opera senz’altro di un manipolo di virtuosi dell’improvvisazione più pesante. Il pezzo numero cinque continua invece sulla strada dell’elettronica ritmata, qui parecchio “storta” e claustrofobica, ma è ormai chiaro che abbiamo bisogno di un momento di requie e la traccia sei ci viene in aiuto con una bella ambient parecchio stranita, che però rapidamente si inacidisce sempre più prima di lasciare di nuovo il posto ad una coda melodica e alla ritmica secca del brano numero sette, su cui si appoggiano dei samples vocali a far da melodia, e devo dire che anche se io non sono per nulla un amante degli esperimenti del genere, questo è davvero più che riuscito. Passata la metà della raccolta ci aspetta il brano numero otto, un combo di fiati ed elettronica per la perfetta colonna sonora di un incubo: inzio tranquillo/inquietante e finale degno di urlo con tanto di risveglio madidi di sudore; jazz rock spigoloso per il pezzo numero nove, mentre la traccia dieci riprende l’inframezzo live a bassa fedeltà sturandoci per bene le orecchie, alla posizione numero undici troviamo echi, riverberi e fiati super effettati, giusto preliminare alla terza dose di rimtiche elettroniche super spezzate di questa raccolta, e questa volta il brano sembra svolgersi sott’acqua in un vortice. La traccia tredici sembra un disco di funk seventies che suona magicamente, anche se il mangiadischi è incastrato sotto un macigno, pezzo troppo breve che lascia spazio al pezzo quattordici, in cui echi, fischi e ronzii alla The Hafler Trio ci lasciano in un limbo meditativo molto lisergico, per poi risvegliarsi sul finale progressivo a base di synth; ancora jazz improvvisatissimo e incalzante nel brano quindici, anche se con scampoli melodici e piglio quasi “funk”, mentre al penultimo ascolto ci sorprende ancora l’inframezzo live a bassa fedeltà a base di jazz rock (direttamente dai ’70? chissà…), per finire con un’ultima improvvisazione acidissima. Una raccolta ostica e pesante, ma con la giusta dose di alka seltzer, riuscirete a digerirla e godervi per bene la musica.

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