Vakki Plakkula – Babirussa Capibara (Le Arti Malandrine, 2009)

Altro cd ed altro supergruppo e porca troia piccoli musicofili del cazzo, non uso supergruppo a casaccio, mentre vi tenete la foto di John Zorn e di Marc Ribot sopra al letto oer farvi le seghe, quando passate dal primo assolo in tapping ad incorciare delle note con un sassofonista, tenete a mente che tanto in Italia come altrove è pieno zeppo di gente che viaggia su tre testicoli. Oltretutto parliamo di gente che vanta  collaborazioni che forse sarebbe ora di iniziare a ricordare, infatti dietro al nome Vakki Plakkula si nascondono Mirko Sabatini alla batteria e per lui menzionerò solo Carla Bozulich, Roy Paci, Trio Magneto, Gastronauti, Edoardo Maraffa ai sax ed che ha suonato con Nicola Guazzaloca, Tristan Honsinger, Cristiano Calcagnile, chiude Lullo Mosso al basso e voce per cui menzionerò Massimo Urbani, Antonello Salis, Han Bennink e Tim Berne. Anche in questo caso ironia che si spreca, e visto che si tratta di gente che ruota attorno all’ambito bolognese farò un parallelo da prendere con le molle: infatti potremmo quasi dire che si tratta di un misto fra cantato degli Splatterpink montati su base free-jazz-core. Per quanto la voce e il cantato non mi convincano appieno, la base oltre ad essere più che eterogenea, spesso fotografa una sezione ritmica pulita e incisiva come un cazzotto sul mento, su cui i fiati si prendono giusto lo spazio che gli serve, infatti a parte le impennate suonate a pieni polmoni come noterete di veramente "free" c’è ben poco, visto che si tratta di pezzi. Le canzoni sembano costruite parecchio intorno al testo e la registrazione decisamente rock lascia queste schegge molto compresse che volano fuori come se la materia base fosse stata presa ad acettate, forse Maraffa-Sabatini-Mosso non entreranno certo nella "hall of jazz da amministrazione locale", anzi sono più da "sì, tte pijamo e te menamo", ma direi che questo è il loro bello. In tutta sincerità pur apprezzando molto l’ironia delle canzoni ed il fatto che tre musicisti del genere sappiano prendersi poco sul serio, o meglio, sappiano prendersi sul serio ma non senza ironia (e soprattutto senza quella tronfiezza tipica dei sacchi di letame che girano in certi ambiti avant-jazz-sperimental-etc.), mi sono chiesto che disco sarebbe stato con un’altra voce, oppure se fosse stato strumentale, anche perché quando vanno sulle canzoni meno ironiche (almeno sotto il profilo della melodia) sono un vero e proprio schiacciasassi.

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