Ultraphallus – Lungville (Autoprodotto, 2006)

Ammetto di aver perso la biografia della band. Si tratta di un flyer didascalico che, d'abitudine, accompagna  i promo sotto recensione. Trascurarlo, tecnicamente o meglio deontologicamente, non dovrebbe essere una cosa negativa, nel senso che il recensore in questo modo dovrebbe avere l'occasione di concentrarsi esclusivamente sulla musica. Lo preciso perché è noto che molte volte, come un Agnello d'Oro, la bio cartacea serve come escamotage per riempire il vuoto creativo (della band) o sovente, la mancanza di fosforo (del recensore). Nel caso degli Ultraphallus il problema non si pone: in primo luogo perché la band macina granito (e con un nome del genere mi sembrerebbe il minimo) e poi perché è un periodo in cui mangio soprattutto pesce. La band belga si trova in quella terra di mezzo dove Rob Zombie, a cavallo tra ottanta e novanta, pensava ancora che anche un metallaro potesse essere un punkabbestia. Per la precisione cito Let Them Die Slowly e Soulcrasher: quell'ibrido acido metallico che poi, il vecchio Rob, famelico di dollari, avrebbe trasformato nel Gran Barnum da tv dei ragazzi a tutti ben noto. La band, pregna di questa psichedelia stellare assolutamente vintage, spazia sognante in una Disneyland dopo il tramonto goticissima e per nulla glam. L'integrità formale è integerrima e persino gli sporadici inserti melodici suonano sinistri e cupi quanto l'urlo di una Scream-Queen di serie b. Da tenere d'occhio quindi, non è certamente avanguardia, ma nemmeno retro-futurismo. E' la condanna delle terre di mezzo. Dove io son nato, tra l'altro.

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