Scott McCloud: dai Girls Against Boys ai Paramount Styles, alive and kicking!

Forse non è necessario fare introduzioni, ma visto che nel mondo che è venuto dopo l’esplosione della rete il tempo oltre che scorrere "lungo i bordi" corre molto più veloce e la memoria storica è da sempre quella che è (come forse è giusto che sia), forse è meglio dire prima di tutto un paio di cose. Al di là dei disquisizioni se sia peggio vivere in un eterno presente o essere schiavi di una memoria ipertrofica, Scott McCloud ha suonato in alcuni dei miei gruppi preferiti e ha realizzato alcuni dischi che tutt’ora restano il simulacro dei sogni bagnati di parecchi musicisti della generazione post-hardcore e noise fra tardi anni Ottanta e primi Novanta. Non pago di aver suonato in almeno due gruppi di culto come Soulside e Girls Against Boys (come se i New Wet Kojak fossero da meno…), questo neo papà è al secondo giro di boa con il suo nuovo progetto, i Paramount Styles. Seppur sia passato parecchio in sordina rispetto al potenziale di molti dei pezzi scritti da Scott, i Paramount hanno reso felici molti orfani di quel cantautorato rock "diverso" che in altre epoche aveva reso celebri gruppi come i dEUS (con cui non a caso il nostro eroe aveva collaborato). Purtroppo lo spazio di un’intervista è troppo breve per potersi sbizzarrire a fare domande su ogni singolo progetto, ma McCloud ha anche collaborato a progetti diversi come il gruppo electro-punk Operator, in cui il nostro lavorava in copia con niente poco di meno che Teho Teardo e ha prestato la voce anche al lavoro d’esordio degli String Of Consciousness di Philippe Petit.

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Magik With Tears e Lisca Records: nuove etichette per nuovi rumori

Giovani label… e vecchie conoscenze. Non che si tratti di un fenomeno solo italiano, ma resta che a volte scava scava quello che si trova in certi gruppi o in certe etichette è quel tizio che suonava in quel gruppo o in quell’altro. Tutto sommato nulla di strano, in fin dei conti se Steve Aoki e i Bloody Beatroots possono vantare un passato da giro hardcore, è altrettanto vero che Philippe Petit faceva uscire dischi noise di tutto rispetto o che KK Null era – ed è uno dei redivivi – Zenigeva. Cercando di dimenticare questo preambolo che sa di polvere, vecchie glorie, attaccamento al circuito, passione e “ragazzini imperituri”, partirei dalla Magik With Tears dietro alla quale si nasconde un personaggio per nulla secondario come Simon Balestrazzi.

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Chapter 24 & Philippe Petit – The Red Giant Meets The White Dwarf (Boring Machines, 2011)

Continua, evidentemente con reciproca soddisfazione, il sodalizio fra il musicista francese e l'etichetta italiana, dopo il disco che Philippe Petit ha condiviso con K11 (alias Pietro Riparbelli). Questa volta della partita sono i greci Chapter 24, gruppo post punk greco di lunga militanza, da tempo orientatosi verso altri lidi musicali. Si tratta di un disco live che mette in fila 45 minuti di musica improvvisata, registrata in seconda battuta poichè le due parti avevano fatto conoscenza su un palco appena il giorno prima.

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K11 (Pietro Riparbelli) & Philippe Petit – The Haunting Triptych (Boring Machine, 2010)

Il tempo è tiranno e mi spiace arrivare in ritardo su un disco del genere, da un lato perché ho già recensito parecchia roba che coinvolge Philippe Petit che, per chi non lo ricorda, oltre a suonare negli String Of Consciousness era patron di Bip Hop e Pandemonium (guardatevi il catalogo e scusate se diversi anni fa era già all'avanguardia) e poi per il fatto che si tratta di una piccola consacrazione per l'etichetta veneta a cui non servivano certo grossi nomi per sancire gli ottimi risultati ottenuti, ma che in un certo senso finisce per accreditarsi come label dal profilo conforme agli standard europei.

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