Ryoji Ikeda – 21/03/2015 Interzona (Verona)

Pochi eventi ma buoni, aveva annunciato l’Interzona per questa nuova stagione. Sul pochi avrei da ridire – semplicemente per il fatto che gli impegni della vita impongono di selezionare e inevitabilmente perdere qualcosa – sul buoni, nulla da dissentire: dopo Pere Ubu e Miles Cooper degli Akron/Family sono annunciati Dead Meadow, Daedelus, Kode9 e Thee Oh Sees. Questa sera, intanto, è di scena Ryoji Ikeda. Direi che non c’è male.
La fila che occupa il marciapiede davanti al locale dice molto sull’attesa che l’evento ha suscitato (d’altra parte questa è l’unica data al nord delle due italiane previste, l’altra è stata a Roma il girono prima): la presentazione di Supercodex, uscito lo scorso anno, attira un pubblico assai vario, che va dai reduci della stagione dei rave (li riconoscete perché stanno seduti per terra) agli adepti della disco-culture a tutto tondo (li riconoscete perché parlano de La Febbre Del Sabato Sera), da musicisti avanguardisti (li riconoscete dal taglio dei capelli) a rockettari di varia estrazione (li riconoscete dalle ikeda__interzona_1_copymagliette dei gruppi). La logica conseguenza della fila all’esterno è l’affollamento della sala concerti, tra l’altro ridotta nella superficie dal podio su cui si esibirà il giapponese, che si protende dal palco, e dalla postazione del DJ che si condurrà l’aftershow. Dopo un paio di falsi allarmi, con la musica di sottofondo che si interrompe e le luci che si spengono senza che nulla accada, compare finalmente Ikeda: al buio, giubbino nero, cuffia nera, occhiali neri (potrebbe benissimo essere Yoko Ono), aria vagamente imbronciata che manterrà per tutto il concerto (nemmeno Merzbow era così inespressivo…), regola alcuni parametri sul mixer facendosi luce con una piccola torcia, si concentra sul laptop e dà il via al concerto, un avvio curiosamente zoppicante, fatto di suoni incerti e che solo a fatica salgono di tono, come se anche le macchine che generano suoni ipertecnologici avessero bisogno di accendersi come un vecchio motore diesel. Ma forse è solo un modo per farci sentire meno a disagio, per darci qualcosa di familiare, perché quando si partirà davvero non ci sarà più modo di uscire dal flusso: il supercodice scorre sull’enorme schermo posto ai margini del palco sotto forma di segni grafici che pulsano e si attorcigliano come sequenze di DNA in un bianco/nero violento come mille strobo e ci colpisce con ritmi e frequenze che trasformano il nostro corpo un centro di ricezione (le sensazioni immagazzinate durante il concerto rimarranno ancora a lungo dopo la sua conclusione). Per uno spettacolo del genere vale la pena riesumare la vecchia ed abusata metafora del viaggio, adattandola però alla logica contemporanea: non è più tempo di fluttuare placidi in universi colorati, qui si corre nello spazio a velocità della luce, attraverso linee di comunicazione telematiche, fra codici binari e numeri che scorrono a cascata, come in un crollo infinito. Se conoscete il disco potete farvi un’idea, purché riusciate ad immaginare il tutto amplificato ikeda__interzona_2_copyall’ennesima potenza; Supercodex dal vivo è un’esperienza totalizzante e per certi versi totalitaria: con lo sguardo fisso all’enorme schermo e i movimenti indotti dal ritmo, potremmo tranquillamente sembrare un esercito di automi. Il fatto che a cavalcare la tigre di questo flusso che in apparenza ha poco di umano sia un uomo, può essere visto in positivo o negativo, ognuno tragga le conclusioni che crede. Resta e questo è indiscutibile, un’esperienza davvero unica che ci porta ad un livello che va oltre le categorie di intelletto e istinto, tre quarti d’ora d’immersione nell’anima del mondo contemporaneo. In modo meno prosaico e forse più azzeccato, tutto si riassume in un commento captato fra il pubblico a fine concerto: “le canne sono roba vecchia”. Sottoscrivo.

Foto di Emanuela Vigna

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