Punk prima…e dopo di te: qualche parola con Giampiero Capra su Kina, Blu Bus, professione e scena hardcore.

Il tempo dei bilanci, di singole esperienze o di interi periodi, arriva per tutti, ed ognuno tira le proprie conclusioni. Ma di alcuni personaggi che, volenti o nolenti, hanno rappresentato un riferimento per molti, conoscere il punto di vista non è una semplice curiosità. È il caso di Giampiero Capra che, come bassista dei Kina e animatore della Blu Bus Dischi, ha attraversato quarant’anni di musica, politica e, non ultima, vita reale: anni di cambiamenti, scelte più o meno forzate, incomprensioni e sorprese che rivivono nelle sue parole.

SODAPOP: Giampiero, i Kina sono stati e sono un gruppo conosciuto, anzi per alcuni “iconico” e spesso per ragioni extramusicali. Come fisioterapista, checché ti vada di ammetterlo, sei arrivato a dei livelli molto alti (“là dove nessun uomo è mai arrivato” come dice il capitano Kirk dell’Enterprise). Per i canoni sociali sei un uomo di successo, credo che qualcuno te lo avrà anche detto. Come ti rapporti a questa cosa quando fai dei bilanci?
GIAMPIERO CAPRA: I bilanci… Arrivi proprio al momento giusto. Questo è l’anno dei 60 anni e i numeri tondi portano a fare i bilanci. Partirei dall’inizio. Settembre ’81: sono uno studente del primo anno, primo semestre di fisioterapia, vado allo Studio 2 a Torino a vedere i Killing Joke e davanti all’ingresso c’è Tax (futuro chitarrista dei Negazione, n.d.r.) che vende Ansia, la fanzine che faceva in quel momento. Ci parliamo un po’ e mi dice dove si trovano i punk di Torino. Tutto è cominciato così, la professione e la vita nella creanda scena hardcore. E le cose sono andate avanti in parallelo, fino a quando è stato possibile, poi la professione ha vinto, perché arriva la vita a dirti: sì dai, bello passare le giornate a scrivere lettere, belli i collettivi, belli i tour col furgone… Ma vivi in un luogo che ha zero stato sociale, non puoi fare come i tuoi amici olandesi, danesi o tedeschi che sono disoccupati e fanno i punk a tempo pieno e per di più vivi in provincia e, come se non bastasse, in una delle province più care del tuo bel paese. Ok, messaggio recepito: si lavora. Però io ero sempre quello di prima. Già studiavo, allora oltre che a lavorare ho iniziato a studiare di più, sempre più lontano, sempre più in inglese. Poi sono atterrato, quasi per caso, in Università a Milano. Ero abituato ai centri sociali, stare a stretto contatto con un centro di potere vero è stato impressionante. Mi ha fatto vedere e vivere da vicino la pochezza del potere, la miseria umana dei potenti, l’aridità che sta dietro a decisioni importanti in grado di influenzare la vita di tanti. Dentro al Leoncavallo vivi i potenti come la tua controparte: quando passi la giornata lavorativa con chi può cambiare la vita degli altri e vedi come usa quel potere, prima c’è stupore, poi rabbia e quando vedi la vita che fanno, e le persone che frequentano, ti fanno solo pena. Allora ho iniziato a ribellarmi. E ho fatto l’inimmaginabile. Ho disobbedito al professore ordinario. Non l’aveva mai fatto nessuno prima e nessuno lo farà dopo.

Ed è successo l’inevitabile: cacciato con disonore. Testa alta, schiena dritta. Ho cercato altrove. Adesso dirigo i percorsi di formazione post laura in una università svizzera. Il mio team è di cinque giovani super talentuosi, molto più bravi di me in tutto, e possiamo contare su 80/85 collaboratori esterni, ricercatori importantissimi con centinaia di pubblicazioni importantissime, provenienti da otto nazioni diverse e con cui abbiamo strutturato percorsi di formazione innovativi che stanno destando la curiosità e l’interesse delle altre università svizzere  con cui stiamo iniziando a collaborare da pari. Questo è successo? Boh? Che ne so io? Ho in mente dei pensieri evolutivi e li sto realizzando, nulla di più. Penso che le persone abbiano il diritto di essere curate da professionisti che abbiano come primo interesse la loro salute, e che utilizzino le procedure più avanzate esistenti per riportare alla vita normale persone che, per mille motivi, possono passare un periodo di disabilità fisica. Penso che le istituzioni formative non debbano essere solo dei centri di potere fini a se stessi, ma luoghi in grado di generare e diffondere sapere, e che questa cosa vada fatta veramente ogni singolo giorno. Insomma ho in mente un mondo che forse non c’è, ma ci sono abituato da quando facevo il mercoledì sera le riunioni col collettivo Punk Anarchici in Via Ravenna a Torino. È da allora che penso ad un mondo che non posso incontrare quando esco per strada, ma cerco di farlo vivere in piccoli momenti, con persone selezionate per ricordarci che quella è la vera vita. Ecco, tutto qui.

SP: Capra come Greg Graffin?! Sono sicuro che questa domanda da una parte ti farà ridere ma dall’altra camminerai in punta di piedi sulle uova. Ma anche ‘sta cosa dei punk perdenti e sfigati… Sì, ok, ma ha anche un po’ rotto il cazzo. Vediamo la realtà per quella che è. A volte.
GP: In effetti lui e Vic Bondi, sono sempre stati i miei riferimenti. Hanno saputo mettere insieme cultura e furia, pensiero e azione, tour e anno accademico. Ma non solo quello. Greg sa rivolgersi ai ragazzi per portarli ad essere più profondi e meno banali. Un disco dei Bad Religion o uno degli Articles Of Faith sono anche intrattenimento, ma sono pensieri, idee, punti di vista diversi e mai banali. Ogni volta chi li si sa leggere ed ascoltare, si riesce ad illuminare un angolo di realtà che il resto del mondo voleva che restasse nell’oscurità. Loro sanno fare il lavoro che hanno fatto, con ancora più vigore, Howard Zinn per la storia e Noam Chomsky col pensiero politico. Ecco, io sono uno che ascolta i loro dischi e legge i loro libri sperando di assorbire, con processo osmotico mentale, una minima frazione della loro intelligenza e della loro cultura.

SP: Negli anni ‘90 HeartAttack e il circuito Ebullition sono stati interessanti e hanno reso concreta, per chi come me veniva dalla provincia, l’idea che il punk fosse un network che andava bene oltre il continente in cui vivevo. Leggendo il bellissimo libro di Antonio Cecchi (No More Pain) nella parte in cui lui e altri vanno per la prima volta in America nella sede di Maximum R’n’R, ho pensato a come si devono essere sentiti. Per te come è stata questo tipo di esperienza? Ti capita ancora di percepire un mondo così ampio? Come pensi che abbia modificato il tuo rapporto con le cose (nel bene e/o nel male)?
GC: Per me HeartAttack, Ebullition e tutto il mondo di Kent McLard sono stati una boccata di ossigeno negli anni ‘90. Ho letto la prima copia di Maximum Rock n’ Roll nella primavera 1984, un paio di settimane dopo ho mandato il demo dei Kina al mitico indirizzo di San Francisco. Tim Yoannan, la mente e il cuore di MRR, ha deciso che ero una delle persone meritevoli del freebye; quindi, per 15 anni, ho ricevuto gratis MRR a casa. Questo gesto faceva parte del concetto di rete di MRR: alcune persone nel mondo, non so quanti, dovevano essere costantemente tenuti al corrente di cosa stava succedendo nella scena, per continuare ad essere tra i motori della scena. Ti confesso che essere stato scelto allora, per questo, da Tim per me è stato un grande sprone a fare quello che ho fatto per 15 anni: essere attivo col mio gruppo ma anche cercare di essere un punto di riferimento e di supporto per chi incontravamo ed era in sintonia con noi. MRR è andato avanti ed esiste ancora oggi, ma quel senso di appartenenza ad una comunità si è affievolito nella seconda metà degli anni ‘80. Quello che ha vissuto Antonio nell’86 non credo che, lui stesso, l’avrebbe raccontato nello stesso modo se quella esperienza l’avesse vissuta 3 o 4 anni dopo. Tra l’84 e l’88 tutti noi ci muovevamo all’interno di un circuito solido e farne parte era un modo di essere aiutati da molti avendo ben chiaro che ognuno di noi avrebbe fatto la stessa cosa per gli altri. I Nog Watt e i Frites Modern ci organizzavano i concerti in Olanda e noi li abbiamo fatti suonare ad Aosta… incredibile vero? Nell’89 lo spirito stava cambiando radicalmente. Forse gli Huskers che firmano per la Warner o i CCCP per la Virgin hanno fatto la differenza? Forse. Nella realtà, nel maggio ’90 suoniamo con gli Scream in Germania, incrociamo per l’ennesima volta Dave (Grohl, n.d.r.) che suona la batteria con loro e lui forse i Nirvana li aveva visti solo dal vivo in qualche locale marcio negli USA. Nessuno avrebbe mai immaginato quello che sarebbe successo solo un paio di anni dopo. Ebullition a tutti noi, vecchi, ha detto: “hey raga, ok, la vostra generazione sta sfumando via, ma adesso ci siamo noi, abbiamo imparato qualcosa da voi, ma stiamo andando avanti!!!” Ecco, loro sono stati questo, per me.

SP: Sono passati molti anni: come diceva qualcuno “qualcosa scompare”. Avete visto che anche canali mainstream si sono appropriati del punk e dell’hardcore, che in certi ambiti l’hardcore alla fine si è trasformato (o dovrei dire “ridotto”) ad un genere musicale. Come vi (immagino ne abbiate parlato fra di voi) e ti ha fatto sentire?
GC: Purtroppo siamo abbastanza anziani da aver vissuto il fenomeno in diretta. Maggio 1990: Toby (della Your Choice Records, n.d.r.) ci organizza il concerto con gli Scream – con cui avevamo già suonato più volte e ci si conosceva bene – ad Alzey, per poi fare uscire l’LP live per la sua Your Choice Live Series. Un mese dopo gli Scream si sciolgono; Dave, che conosce già Kurt Cobain, raggiunge i Nirvana nella west coast e un anno dopo Nevermind è in vetrina nei negozi di Aosta: mi cade la mandibola… Sempre Toby, nel gennaio ’91, mi dice che ha appena terminato un tour con i Green Day, che avevano un LP e due 7″. Premette che sono solo tre ragazzini scemi che fanno scherzi stupidi tutto il giorno e non sa se li avremmo sopportati, detto ciò mi dice che sarebbe figo fare un tour con loro in Germania in estate, dato che pensavano di tornare in Europa a breve. Due mesi dopo mi chiama e mi dice di lasciare stare, Kerplunk ha avuto un successo pazzesco e suonano già in locali troppo grossi per i Kina.
In quegli anni scrivevo delle columns per Dynamo e Flash e più volte mi è successo di fare riflessioni ad alta voce su questo tema. Ad esempio l’articoletto che si può leggere a questo link. Ma scrivevo anche di altre cose, tipo queste.
Detto ciò, sì, se ne parlava, ma la cosa più di tanto non ci riguardava. Noi eravamo la casa discografica di noi stessi, quindi non ci interessavano i contratti, i luoghi per i concerti li sceglievamo noi e le nostre scelte erano chiare a tutti, infatti Toby ha capito che i posti dei Green Day del 1991 non andavano bene per noi. Nel momento dell’azione, 1992-1997, avevamo il sentore di essere un tantino fuori luogo all’interno del concetto di industria discografica, ma eravamo così libertari dentro e così ingenui rispetto alle cose di soldi, da non capire che non avevamo i mezzi mentali e culturali per comprendere in che cosa consistesse questa cosa chiamata “industria discografica”. Per cui ci giocherellavamo aprendo una Cooperativa, cercando contratti di distribuzione e contatti diretti coi negozi. Ma eravamo veramente degli alieni e non  avevamo veramente idea di che cosa stessimo facendo. In realtà noi eravamo un prodotto dei collettivi di Torino e ragionavamo sempre come se ci stessimo rapportando col collettivo del Virus di Milano nel 1983, anche quando di fronte avevo un manager di una ditta che dava da mangiare a 100 famiglie vendendo dischi ai negozi. Proprio non ce la potevamo fare…

SP:  All’opposto c’è gente che si è arroccata su tali forme di ortodossia a confronto delle quali i crassiani del Virus erano un gruppo di festaioli frivoli e facendo risultare il tutto simile a quei soldati giapponesi che stavano in trincea su di un’isola anche a guerra finita. I due estremi si toccano?
GC: Sì, ho presente il modello umano. No non credo che si tocchino, in realtà credo che si ignorino. Uno degli errori dei nostri ultimi anni di attività è consistito nel metterci in mezzo tra queste due posizioni. Ci rifiutavamo di mettere i nostri dischi soltanto nei centri sociali, con lo schifamento e sporadico boicottaggio degli ortodossi e sguardi di malcelata commiserazione da parte dei super trendy. Commiserazione ovvia: non avevamo le magliette giuste, non eravamo ai festival giusti, non avevamo una agenzia per i concerti, non avevamo un promoter, non avevamo video in TV, poche interviste sulle riviste giuste e mai ben coordinate con le uscite dei dischi. Insomma, non andavamo bene da nessuna parte e, come se non bastasse, le parti non si parlavano mai. In mezzo a tutto quel fermento anni ‘90 noi, in realtà, ci stavamo un attimo avvitando ai nostri problemi di bilancio della cooperativa e ai litigi con quelli che erano più affini a noi e che in realtà ci vedevano come dei borghesotti attaccati al denaro. Che dire? Non è stato un bel periodo. Quando adesso vado in giro a presentare il documentario e per i concerti del 2019 nessuno si ricorda più nulla di quel periodo: è tutto bello, ci si riconosce tutti nello stesso immaginario, si canta tutti insieme Questi Anni e si finisce il concerto felici. In realtà quella seconda metà di anni ‘90 non l’ho vissuta con questa allegria. Forse perché adesso è tutto solo spettacolo? Forse perché adesso tutti ci vedono soltanto come uno dei gruppi che ha lanciato un genere? Può essere, ma onestamente, meglio adesso. Se non per altro, almeno perché adesso non ho la responsabilità di fare tornare i conti di una cooperativa. Se c’è gente, bene; se non c’è gente, bene lo stesso, ho visto chi volevo vedere e fatto un po’ di parole con persone OK, tutto il resto va benissimo.

SP: Siete un gruppo molto amato anche oltre ai semplici fattori musicali, però mi è anche capitato di sentire dire che eravate troppo nostalgici. Che rapporto hai e avete con la nostalgia? E com’è cambiato, o come sta cambiando (…sta cambiando?!) nel tempo?
GC: Questo è un tema veramente strano per me. Leggendo oggi i testi che scrivevo nell’87 (avevo 25 anni) scopro che ero molto più nostalgico allora che non nel 2022. Forse perché ero tutto immerso nella tristezza torinese di quegli anni (vai a vedere i testi di Declino, Negazione, Contrazione e Kollettivo e ti becchi una botta di tristezza che ti ci vogliono quattro margarita e 10 giorni alle Canarie per riprenderti). Forse perché dopo alcuni anni vissuti quasi tutti tra sala prove, concerti, viaggi, dischi e centri sociali, nell’87 ho iniziato a lavorare timbrando il cartellino e arrivando tutte le mattine sempre alla stessa ora nello stesso posto. Sentivo una nostalgia tremenda per quando le chiavi di casa erano le chiavi del furgone e quando alle 3 di mattina si decideva cosa fare la mattina dopo e si programmava il viaggio per andare nella prossima città per il prossimo concerto. Poi la vita mi ha portato in un sacco di altri posti, ho visto un sacco di altra gente, ho vissuto momenti di fatica e di stress che non mi sarei mai immaginato allora. Forse ho morso la vita coi denti che allora non sapevo nemmeno di avere. Oggi non mi sento nostalgico, non cambierei nulla di quei testi e di quegli statements che ho scritto allora, ma oggi scriverei altre cose. E la cosa mi sembra sana e giusta, un vecchio di 60 anni non dovrebbe essere uguale ad un ragazzo di 25, giusto?


SP: Eccome se è giusto, ma allo stesso tempo non trovi ci sia qualcosa di infantile in chi resta attaccato a certe cose, a certi spazi? E ad attività che spesso erano legate a fasi precedenti della sua vita? Sia chiaro, non lo dico in tono negativo, anzi! Semplicemente trovo che faccia, da una parte, a pugni con la visione di adulto con la quale siamo cresciuti e allo stesso tempo credo sia quello che ti permette di relazionarti con un ragazzo nonostante il divario generazionale. Oltretutto tu hai due figli: credo che questo fenomeno ti ci sarei dovuto rapportare più volte.
GC: Eh, certo che sembra una piccola regressione, certo. Come trovarsi a 60 anni ad ascoltare Paul Weller e i Propaghandi. La mia visione del sessantenne, 40 anni fa, era del tipo che si ascolta Debussy oppure Casadei. Ma forse era tutto troppo semplice. 40 anni fa il sessantenne aveva il cappello, la cravatta e la giacca sempre, il sessantenne di oggi ha i jeans e la maglietta dei Nirvana. Forse è solo una coazione a ripetere. Ci siamo piaciuti da ragazzi e vogliamo piacerci anche quando i capelli se ne vanno e le mani sono piene di rughe. Il sessantenne o settantenne di 40 anni fa erano i miei pazienti in geriatria, mi raccontavano di emigrazione per fame, di botte prese e date coi fascisti prima della guerra, mi raccontavano di loro stessi prigionieri in Germania, delle loro gambe saltate in aria su mine in Grecia. Io sono felice di poter andare adesso in giro a raccontare di Interrail, autostop e sacco a pelo in giro per l’Europa, di concerti a Berlino Ovest e poi a Berlino e basta. I giovani di oggi a volte sono curiosi a volte no, a volte si interessano delle storie del sessantenne a volte no, ma mi sembra tutto sano e normale. Mi piace raccontare per chi ha voglia di ascoltare e mi piace essere riservato con chi vuole sentire altre storie, va tutto bene, no? So che ci sono ventenni che ascoltano i nostri pezzi e leggono le nostre storie, so anche che possono non conoscere esattamente il background da cui sono emerse quelle storie, ma so che le stanno facendo proprie a modo loro, stanno diventando un pezzo delle loro biografie e questo è bello ed ha senso. È un fenomeno che non posso controllare, ognuno di loro se ne fa quello che vuole di quelle storie, ma va proprio bene così, quelle storie sono state scritte esattamente per quello; non sono mie, sono di chi sa farsene qualcosa.

SP: I Kina, forse ancor di più di altri gruppi, hanno influenzato diverse persone. Per quanto voi spesso abbiate cercato di sminuire (immagino lo farai anche ora…), penso che vi sia anche capitato di parlarne. È una cosa che vi ha mai messo a disagio? O al contrario, vi ha mai fatto sentire orgogliosi per aver agito sulla realtà?
GC: In effetti per un bel pezzo non abbiamo mai immaginato che qualcuno potesse pensare di farsi influenzare da quello che facevamo o scrivevamo, semplicemente perché, nella scena degli anni ’80, si era tutti insieme facendo la stessa cosa, autoproduzione ed autogestione sostanzialmente, e nessun gruppo pensava di essere influenzato da un altro gruppo: semplicemente eravamo tutti insieme. La cosa abbiamo iniziato a sentircela dire, e a vederla nei fatti, quando abbiamo visto che esistevano dei gruppi che suonavano nostri pezzi, da Se Ho Vinto Se Ho Perso in poi, in sostanza dalla primavera del ‘90. Sì, in effetti la cosa ci faceva strano e ci chiedevamo come fosse possibile. Dopo un po’ ho iniziato a capire quello che ho scritto prima: eravamo dei residui di un’era passata. Il nostro atteggiamento spontaneo e normale era tale nell’84, 10 anni dopo faceva tutt’un altro effetto. Ma gli anni ‘90 per noi sono stati complessi: non eravamo parte della nuova scena emergente, non abbiamo mai fatto parte della scena commerciale, ad un certo punto eravamo estranei un po’ a tutto. Credo anche che, in quel preciso momento, non ci fosse quasi nessuno che apertamente volesse dichiarare di essere influenzato dalla nostra musica o dai nostri testi, ma è una mia supposizione ovviamente. Credo che le cose siano un po’ cambiate dopo gli anni 2000: i dischi non si trovavano più, le piattaforme on-line non c’erano ancora e un po’ di ragazzi hanno iniziato a scaricare i nostri pezzi da Lime Wire, eMule e tutti quei siti di file sharing. In quel periodo, ho capito, abbiamo raggiunto i nativi digitali e quelli ci hanno guardato con occhi diversi. Quando siamo un minimo riemersi con la ristampa di Se Ho Vinto Se Ho Perso nel 2017 mi sono arrivate interviste da ragazzi che ci hanno scoperto grazie ad algoritmi dove hanno chiesto alla rete nomi di gruppi italiani che assomigliassero ai Fugazi: quando me l’hanno raccontato non ci credevo!
Nel 2019 abbiamo viaggiato un po’ e dal novembre 2021 abbiamo fatto uscire il libro con il CD live 2019 e il film Se Ho Vinto Se Ho Perso in DVD. Mi sono arrivati un sacco di messaggi di ragazzi e ragazze che suonano, scrivono e pensano e che mi hanno raccontato quanto i nostri testi e le nostre musiche abbiano fatto parte della loro crescita personale. Nel 2019 era incredibile vedere i visi di quelli in prima fila ai concerti, appena iniziavamo a cantare e riconoscevano le voci si guardavano per dirsi: “si sono proprio loro!!!”. In questi ultimi 5 anni ho in effetti vissuto momenti che non avrei mai immaginato di vivere. Se la devo dire tutta non tanto mi sento orgoglioso, mi sento più felice per il fatto che sto incontrando così tanti giovani lontano dagli stereotipi con cui si descrivono gli attuali ventenni, in pratica ragazzi come noi negli anni ‘80; lontanissimi dagli stereotipi del decennio che stanno vivendo.

 

 

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