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Papiro – Rise (Solar Ipse, 2019)

Marco Papiro lo ricordo bene alla chitarra degli svizzeri Mir, autori di uno splendido album omonimo – uscito per Wallace – che rileggeva l’eredità dei Godflesh secondo le linee del post-rock più intraprendente e sperimentale. Conclusa quell’esperienza ritrovo il nostro dietro una distesa di synth modulari alle prese col settimo disco a suo nome (in realtà la carriera solista era iniziata con i Mir ancora in vita): Rise mette in fila cinque brani dalla generosa durata, anche se con tempi disugualmente ripartiti, che rivisitano in chiave personale e non scontata la cosmic music. Inevitabilmente la presenza dei synth analogici e le partiture dilatate riportano al tempo che ben conoscete, ma in realtà quello a cui punta Papiro non è semplice revival. Potrebbe apparire così da Anestax, che occupa i primi 20 minuti del disco, il brano più vicino al classico suono kraut (Tangerine Dream, tanto per fare un nome): accordi che mutano lentamente, vibrazioni che ne increspano la superficie, vocalizzi femminili che provengono da costellazioni lontane, ma più che senso di nostalgia si avverte una ricerca di classicità. Il discorso è comunque ardito, perché se non amate particolarmente questi suoni, o se ne negli anni addietro ne avete avuto abbastanza, rischiate di perdervi la parte più interessante del lavoro, che si sviluppa da qui in poi. Habidi Lom, col suo mood da fiera di paese e gli stranianti ritmi da contatore geiger, sembra quasi uno scherzo, ma è in realtà lo snodo essenziale di tutto il lavoro: ci conduce nel tunnel scuro di Leossa, un tunnel che alla fine non ha una luce, ma i landscape desolati di Ov Fiatina. L’atmosfera si è fatta più rarefatta ma non meno evocativa, i battiti sono spariti, il suono è diventato translucido pur senza perdere matericità e nel loop infinito di Phazo assume i toni di una malinconica contemplazione delle rovine: per qualche oscura ragione, pur in assenza di evidenti analogie stilistiche, mi ha ricordato i Popol Vuh dell’esordio. Per le ragioni a cui accennavo in precedenza potrebbe non essere facile superare lo scoglio del primo brano (e quello di una copertina non proprio invitante), ma se lo fate scoprirete un  disco immaginifico ed evocativo, che ha la sua piena ragione d’essere nel presente.

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