Il terzo album, quello della maturità! Conversazione con Dagger Moth

Sara Ardizzoni è una delle musiciste che più mi appassionano. Ho avuto la fortuna di invitarla a suonare a Lugano in quello che fu il canto del cigno di Old Bicycle Records in un magico concerto insieme agli Houstones. Non potevo quindi togliermi lo sfizio di approfondire un album come the Sun is a Violent Place con la sua autrice.

SP: Ciao Sara, come stai ? Ti seguo ormai da una decina d’anni, ricordo che ti vidi intenta con i Pazi Mine in quel dell’Arci Blob ad Arcore…ridendo e scherzando sei arrivata al fatidico terzo album, quello che una volta era la consacrazione per un’artista. Sono anche passati 6 anni dal tuo ultimo disco ed in mezzo ci sono stati i Caminanti, la Fire! Orchestra, i Massimo Volume ed un cambiamento che per molti artisti è stato infinito. Quando hai capito che era tempo di progettare un nuovo disco?
DM: Quando si tratta di mettere in cantiere nuovo materiale tendo ad essere molto lenta, faccio e disfo mille volte. Il mio penultimo lavoro era uscito nel 2016 e onestamente non pensavo di metterci altri 6 anni per fare un disco nuovo… In quest’arco temporale si erano accumulate molte idee e bozze ma era sempre il tempo a mancare. Altre collaborazioni avevano preso il sopravvento e, in particolare nel mio caso (visto che non campo di sola musica), le ore non bastavano mai. Credo comunque che tutte le esperienze esterne a Dagger Moth in cui sono inciampata negli ultimi anni abbiano dato il loro apporto, più o meno subliminale, durante la scrittura di The Sun is a Violent Place. Quando sono arrivati pandemia e lockdown ho fatto di necessità virtù: finalmente avevo tantissimo tempo a disposizione e una vita stanziale come non mi capitava da secoli. Inoltre, ovviamente, è stato un modo creativo e terapeutico per tenere impegnato il cervello in un periodo piuttosto angosciante (non che adesso il contesto storico sia più sereno eh…). Di sicuro avere questo pensiero fisso su cui focalizzarsi e lavorare mi ha aiutata a superare mesi molto critici, ma credo che sia stato un approccio condiviso da molti musicisti e artisti in generale…a volte avere una passione / ossessione è una benedizione!

SP: Il lavoro mi ha dato l’impressione di essere calato in un piano di realtà sfalsato. Il suono mi sembra presente ed allo stesso tempo inavvicinabile, dando la sensazione di qualcosa che si anela ma che allo stesso tempo si teme (impressione confermata, mi sembra, anche dal titolo).  Quanto, il tuo definirti Dagger Moth, definisce i tuoi dischi e la tua musica a livello di fragilità e di forza? In che momento della trasformazione ti trovi dopo quello che un tempo era il “fatidico” terzo album?
DM: Confermo le tue impressioni sul piano sfalsato, anzi mi fa piacere che sia una delle possibili suggestioni emerse. Sicuramente è riconducibile al fatto che per circa due anni mi sono sentita immersa in una dimensione parallela e sospesa , al tempo stesso asfittica e  burrascosa.
L’ immobilità aveva una calma apparente, una tranquillità artificiale e piena di spine. E  il “ritorno alla normalità” sì, era anelato quanto temuto.
Fragilità e forza credo appartengano alla natura umana  e in generale spero che i brani  di questo disco possano scandagliare vari stati d’animo senza farne prevalere uno in particolare. Probabilmente questo si lega anche al fatto che musicalmente mi piace vagare in spazi indeterminati, soprattutto a livello di genere. C’è una frase di Sonny Sharrock in cui mi sono imbattuta anni e fa e che ogni tanto mi piace ripescare :“I’ve been trying to find a way for the terror and the beauty to live together in one song. I know it’s possible”
Hehehe il terzo album… beh non lo sentivo così fatidico onestamente! Non ci ho pensato. Non subisco certo le pressioni da parte di major o sovrastrutture varie alle calcagna né di un folto pubblico gravido di aspettative. Mi interessava solo fare un buon lavoro, possibilmente comunicativo, aderente a una mia etica, che potesse toccare qualche corda. La cosa più importante è stata cercare di crescere un po’ rispetto ai lavori precedenti, ma anche rispetto a un percorso di ricerca  personale, inoltre il fatto di averlo registrato da sola, seppur con notevole lentezza e titubanza, mi ha aperto nuovi punti di vista. La “trasformazione” è continua , di per sé..cerco di imparare  e raccogliere spunti da tutte le varie realtà con cui ho la fortuna di collaborare,  e ogni tanto non disdegno mettere un po’ alla prova la mia comfort zone, cosa sempre sana direi.

SP: Riascoltando il disco mi accorgo di come la sensazione che più mi colpisce è quella di un’evanescenza alla quale sembra sia stata tolta la carne; chiudendo gli occhi ed immaginandomi visivamente il tuo lavoro probabilmente lo ricondurei ad un film di una decina di anni fa. Non ne ricordavo nemmeno il titolo ma unendo gli elementi (famiglia, fantascienza, bimbi, robot) sono riuscito a risalire ad Eva di Kike Maillo, del 2011. Nella pellicola ci si dibatteva fra sostituzione tecnologica e calore umano, proiezioni, rimpianti, crescita e curiosità. Trovo questi temi molto presenti in The Sun is a Violent Place, quasi fosse uno scarto verso una direzione futura del tuo spettro artistico. Che tipo di riferimenti visuali e stilistici hai avuto durante la composizione e che immaginario ti ha portato ad elaborare il tuo percorso artistico?
DM: Le suggestioni che ti sono arrivate durante l’ascolto in effetti  mi tornano… Emotività e distacco, proiezioni e rimpianti di sicuro erano una presenza costante in quel determinato periodo, crescita e curiosità poi cerco di tenerle sempre a mente, in qualsiasi momento della vita.
Direi che l’aspetto visuale non ha mai avuto un ruolo fondamentale nel mio processo creativo o meglio…a ben pensarci raramente nel percorso di scrittura di un disco sono stata influenzata o ispirata da lavori altrui in  ambito cinematografico, fotografico o pittorico, pur amando questi campi artistici. E non saprei dirti perché non sia ancora capitato.
Così come fatico  sempre ad avere  idee precise in merito a immagini o video da associare ai miei brani (infatti è un compito che lascio sempre volentieri a chi è più bravo di me in questo…). Ho chiare le suggestioni, il piano emozionale che vorrei far passare ma un progetto visivo intero mai. Evidentemente la mia immaginazione predilige l’udito alla vista!  Quello che invece mi capita spessissimo  è che certe intuizioni sonore siano scatenate o associate automaticamente a immagini del mio vissuto, come una sorta di sinestesia, senza avere però una connessione logica diretta. Ma sono “visioni banali”… possono essere ricordi di infanzia, paesaggi lontani che mi sono rimasti dentro dopo un viaggio, una luce particolare che invade una stanza, o immaginare cosa accade dietro i muri delle case che costeggio durante le mie lunghe passeggiate. Le idee il più delle volte mi arrivano da suggestioni quotidiane più che da riferimenti culturali “alti”.
Nella fase di gestazione del disco hanno poi influito alcune letture, più che altro perché narravano di solitudini che andavano a sommarsi alla mia , come certi racconti di Lucia Berlin, Fahrenheit 451, La Svastica sul soleLife After Death di Damien EcholsThe Sense of an Ending di Julian Barnes.

SP: Per questo disco hai scelto di curare tutto quanto in prima persona, eccezion fatta per le collaborazioni e la produzione artistica. È stata una scelta dettata dalla volontà di avere il più possibile il controllo sulla tua cosa, dal periodo storico o ci sono altri motivi? Hai delle persone di riferimento che ti servono da occhio ed orecchio esterno sulle tue azioni oppure riesci ad avere il distacco necessario per poter dire basta così, il lavoro è pronto.

DM: Beh diciamo che quando lavoro sulle mie cose sono un po’ control freak, o meglio, ho le idee piuttosto chiare rispetto alla direzione da prendere. Anche per i dischi precedenti non mi è mai capitato di arrivare in studio e iniziare a mettere insieme i tasselli partendo da zero, anzi mi presentavo con dei rough mix piuttosto definiti e le idee poi non venivano stravolte. Quindi, nel bene o nel male, il controllo ce l’ho sempre avuto, non ho mai vissuto una situazione in cui l’intervento di un produttore ha preso il sopravvento portandomi su un altro percorso.
Mi sono sempre dedicata all’home recording ma più che altro per fissare le idee, per abbozzare brani, non essendo un sound engineer per arrivare al prodotto finito mi sono poi avvalsa di chi questo mestiere lo sa fare davvero (Giorgio Canali per il primo album, Franco Naddei per il secondo). Per quest’ultimo disco però, visto che la clausura mi poneva davanti tempi lunghissimi da colmare (a fronte di magrissime risorse economiche da investire…), mi son detta: perchè non mettermi d’impegno e registrare tutte le take definitive da sola a casa? Ovviamente è stato tutto un fare e disfare, un groviglio di tentativi finchè non arrivavo al risultato desiderato, del resto quello che un professionista del ramo fa in una settimana io lo porto a termine in mese. Ma è stato bello imparare e non avere il fiato sul collo. Quindi ho curato anche la produzione artistica, se per questo intendi gli arrangiamenti dei brani, gli equilibri nei volumi delle parti, i bilanciamenti dei pan, l’uso di effettistica e filtri su voci , chitarre, elettronica, ecc.. Per finalizzare il mix mi sono poi rivolta a Victor Van Vugt che ha scaldato i suoni, ne ha migliorato la pasta, ha reso tutto più coeso ma è stato molto rispettoso delle mie idee, quindi non è intervenuto sugli arrangiamenti scombinando  le carte. E nella fase finale per il mastering ho collaborato con Alessandro di Guglielmo, quello è proprio un lavoro a parte, prezioso e delicatissimo. Fabrizio Baioni poi è un caro amico e un talentuoso musicista che ha aggiunto i suoi breat su tre brani, per due dei quali gli avevo lasciato totale carta bianca…quindi è stato divertente e sorprendente vedere dove l’ha portato il suo gusto.
E infine: certo, ho alcune persone care (e con l’orecchio molto fine) che ho tormentato durante la gestazione per avere feedback e consigli e questi confronti sono sempre stati utilissimi per riprendere la bussola nei momenti di smarrimento. Ma alla fine comunque quella che deve mettere un punto a capo sono io…. arrivo ad impormi di dire stop perché il distacco non c’è  mai veramente e dopo mesi e mesi di lavoro so che il cervello può fare strani scherzi.

SP: Domanda di comunanza artistica: ti investono del ruolo di curatrice artistica, con la presenza di Dagger Moth, per un weekend musicale (location a tua scelta). Da chi ti faresti accompagnare?

DM: Location : Islanda.  Poi, potendo spaziare con la fantasia, l’assortimento sarebbe sicuramente variegato…i primi che mi vengono in mente ora: Laurie Anderson, John Frusciante, Ceramic Dog, Daniel Wohl, Matana Roberts, Oneohtrix Point Never, Colin Stetson, Portishead, Fred Frith trio.. e la lista sarebbe lunga. Poi se mi concedi un paio di miracoli , chiederei la riunione dei Fugazi, dei Lounge Lizards e degli Husker Du (facendo risorgere Grant Hart).
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Io non sarei degna di tanta bellezza quindi mi farei da parte e mi accontenterei di godermi lo spettacolo.

 

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