Davide Tidoni – I Noitasi Inoi (Trovarobato, 2008)

Conoscevo la Trovarobato come un'etichetta che si dedicava in prevalenza a musica ascoltabile se non quasi pop, ed invece a quanto pare in tempi caotici, in tempi in cui "gli omini no so' più omini e le donne no so ppiù donne" bisogna esser pronti ad aspettarsi di tutto. Qualcuno dell'etichetta mi aveva contattato dicendomi che si trattava di un disco non troppo distante da gente come Punck o i Logoplasm ed è vero! Diciamo che a quanto percepisco si tratta di live rercording neppure troppo lavorate (al più ripulite nel suono, ma non ne sarei comunque sicuro), studiate in modo da sfruttare il silenzio ed il panpottaggio. A quel che leggo si tratta di tutto fuorché di un cretino che si è improvvisato a fare questa roba, anzi, visto che il concetto che sta dietro al disco ed al suo ascolto è piuttosto complicato, vi invito ad andarlo a leggere nel booklet del disco o sul suo sito (http://www.davidetidoni.name).
Tre tracce sono attorno ai dieci minuti, mentre le altre cinque variano dai sei ai nove: uso massiccio di suoni molto definiti, ma mai senza cadere nel pacchiano, anzi, sorprendendo le mie aspettative questo cd è molto più tosto di quanto immaginassi e Davide Tidoni non sembra molto preoccupato di accettare qualche compromesso per renderlo più ascoltabile (il che per altro risulta anche una scelta molto intelligente visto il risultato). Fra rumori concreti, sibili e cigolii sapientemente ambientati (mi ricorda delle cose vecchie di John Muller), a livello di massa sonora il disco traccia un percorso narrativo ben sviluppato e credo che l'intento sia proprio quello di fare un lavoro completamente impostato sulla narrazione (o sulla lettura a leggere quello che scrive). Al confine fra la musica concreta e la sonorizzazione, più che lasciare il suono intatto nel nome della sound-veritè come esigono molti puristi del giro field stile Alluvial. In certi passaggi mi ha ricordato lavori della Emprinte Digitales che mediamente oltre a produrre compositori, conta buona parte dei cd ammantati di una patina digitale mica da ridere. Quanto la definizione sonora non è maniacale e gli oggetti risuonano in modo più naturale non si allontana neanche troppo da alcuni lavori della Creative Sources pur non abbandonandosi all'elettroacustica. Nelle varie tracce il silenzio prende uno spazio per nulla secondario tanto che a parte la divisione scelta (in modo per nulla casuale) a volte è difficile non percepirle come un continuum frammentato da pause. Se a livello di ascolto ogni tanto qualche punto d'ombra resta ancora, per ciò che concerne il suono e l'idea globale il disco si difende molto bene pur rimanendo "roba da palati fini" e quindi non facilmente accessibile. Se Metamkine, music concrete e molte delle cose che da essa si sono sviluppate per voi hanno un senso, ecco un nome nuovo da inserire nella mappatura degli italiani che ivi si cimentano.

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