Airportman – Rainy Days (Lizard, 2007)

Ritorna a far uscire dei dischi la Lizard che ha patrocinato delle produzioni interessanti e che rimane l’etichetta che ha stampato due gruppi da recuperare come i Gatto Marte e gli St.ride del piccolo gioiello di Piume Che Cadono (anche se in questo caso l’etichetta è la sussidiaria Zeit). Gli Airportman si trovano fra le uscite più abbordabili dell’etichetta, non credo che sia un caso che mentre li sentivo sul lavoro una mia collega se li godesse a tal punto da chiedermi chi fossero. Un tempo avremmo parlato di post-rock ma poi il termine è caduto in disgrazia, quindi non sia mai che se ne faccia menzione se non sottovoce, eppure, per quanto ciò sia più o meno identificabile con un certo suono e un certo genere di musica, a gruppi come Tortoise e June Of 44 in un certo senso stava (e sta tutt’ora) stretto. Seppur non ci troviamo in un’altra galassia, questo “uomo aeroporto” (speriamo non voli Alitalia) decollerebbe indubbiamente da Chicago di un po’ di anni fa, ma sarebbe stato costruito made in Germoney perché suvvia, la passione di molti musicanti della “windy city” era dichiaratamente melo-kraut, che poi si trattasse dei Faust o dei Can più fruibili o dei Neu cambia poco: tanto per capirsi. Qualcuno parlerebbe più che altro di suono canterbouriano o di psichedelia cantautorale inglese e non sbaglierebbe visto che la voce di Wyatt ci starebbe “na crema” su molte di queste schegge. Ma fra rock evoluto e rifinito e folate settanta, comunque il disco è senza dubbio melodico, soprattutto quando la nave guida sono il piano o la chitarra. I Dirty Three meno robusti, meno australiani e senza violino (in pratica non fossero loro…) colorati qua e là nei loro momenti più rilassati ci andrebbero vicino. Un disco strumentale dalle tinte invernali, semplice, malinconico ma ben equilibrato nel cercare di non strafare, alla faccia di quelli che “non si può far cantautorato senza necessariamente usare la voce”. Più che Willard Grant Conspiracy direi Ex-Chittle, ve li ricordate? No? Migliora le cose se nomino gli Ativin? Non è che si trattasse proprio di due gruppi simili ma giusto per inquadrare l’andamento sonnolento e uggioso delle melodie e la “depressao meravigliao” che comunque nel caso di questo Rainy Day è un po’ attenuata. Semplice ma ben fatto, un gruppo che non avrebbe per nulla sfigurato fra le tracce della doppia compilation It’s Changing che raccoglieva l’who’s who della Chicago che contava.

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