Lucertulas – The Brawl (Robotradio/MacinaDischi, 2010)

E venne il giorno della Lucertola. Dal precedente Tragol Del Rova ci dividono due anni e mezzo e decine di esibizioni che hanno messo in mostra la crescita del gruppo, facendo montare l’attesa per il nuovo lavoro. L’evento viene giustamente celebrato con un’edizione lussuosa, CD e vinile one side, un lato serigrafato, l’altro con quattro pezzi ripresi del supporto digitale, ma cantati in italiano, il tutto racchiuso da una copertina apribile, formato LP,  illustrata con immagini rissose da Michele Bubacco, nel suo peculiare stile.
Se avete sentito i Lucertulas dal vivo nell’ultimo anno potete immaginare cosa aspettarvi. La buona notizia è che The Brawl non sminuisce affatto l’impatto che il gruppo ha sul palco, merito di Giovanni Ferliga degli Aucan, che dopo aver seguito il terzetto veneto per tante date da dietro il mixer ha saputo catturarne l’essenza in studio. È dunque rock’n’roll perverso e malato, cinico all’inverosimile (date anche un’occhiata ai testi) che predilige le alte velocità e gli accostamenti mozzafiato e trasfigura in forme hardcore e noise unalucertulas_serig manciata di canzoni ben a fuoco, varie ed ascoltabili nonostante concedano poco alla melodia propriamente detta. A menare le danze è la chitarra di Christian Zandonella, gran sacerdote delle ciabatte “ognitempo”, il più delle volte sadica nel trapanare i timpani, altre (An Old Man, The Boxer) epica come sapeva essere quella di East Bast Ray, ma capace di stare in disparte quando il copione lo richiede, nell’intermittente In This Town, o nei droneggiamenti di The Widower, dove lascia spazio al lavoro serrato di basso e batteria. Questo per quel che riguarda il CD. I pezzi del vinile battono musicalmente gli stessi territori, ma il cantato in italiano aggiunge un elemento che li affranca dall’essere semplici diversivi. La voce, prima sferzante e urlata, si fa ora più sfumata ed espressiva e dopo aver pagato pegno a Pierpaolo Capovilla nella “teatrale” 8 Ore, guadagna personalità e lascia la propria impronta, tanto che Il Vedovo è forse il miglior pezzo di un disco di gran caratura. Con un’opera del genere è doveroso varcare i patrii confini. Lo si farà in ciabatte, ma tant’è…

 

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