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Hobocombo – Moondog Mask (Trovarobato/Tannen, 2013)

La maschera di Moondog si intitola la seconda fatica degli Hobocombo, ma quello che si sente nelle nove tracce di questo CD è un gruppo che non ha bisogno di nascondersi: la maschera è piuttosto uno strumento attraverso cui guardare un mondo fantastico ed esotico. Guardare con gli occhi di Moondog può sembrare un paradosso (l’artista rimase cieco in giovane età), ma gli Hobocombo prestano volentieri i loro sguardi perché il suo spirito possa continuare il viaggio.
Ammetto di non sapere se altri si siano mai cimentati in modo così serio e appassionato con la musica di Moondog; quello che invece è certo è che il terzetto formato da Andrea Belfi (percussioni e voce), Francesca Baccolini (contrabbasso e voce) e Rocco Marchi (chitarra, elettronica e voce) sia ormai un credibile erede, non più un semplice tributario, della musica del vecchio vichingo. Se nel precedente  Now That It’s The Opposite, It’s Twice Upon A Time i nostri andavano a bottega dal maestro reinterpretando sette pezzi del suo repertorio, pur con una personalità già spiccata, qui la scaletta è equamente divisa fra rifacimenti e pezzi autografi, con una cover di Robert Wyatt a chiudere il cerchio: undici brani che, nella grande varietà di ispirazioni e riferimenti, trovano una sorta di eclettica coerenza. Il suono della band è arricchito da alcuni ospiti in un paio di episodi (Nils Ostendorf alla tromba e Simon James Phillips al pianoforte) e oltre agli strumenti che già conoscevamo, dall’aumento di peso dell’elettronica, ma un’elettronica analogica e calda, dall’uso di field recordings (le registrazione etnografiche dei flauti di  Maracalagonis) e da strumenti filologicamente ricostruiti (il tamburo triangolare detto trimba). Se per il primo album abbiamo parlato di rock’n’roll, soundtrack e jazz miscelati con elegante gusto pop, questa volta l’alchimia è talmente riuscita che ci pare far torto alla coesione dell’insieme citare le influenze che traspaiono: più che i generi e gli stili contano le suggestioni che i singoli pezzi sanno trasmettere. Più sensato è allora cercare di ricostruire un itienrario che, partendo dai marciapiedi di New York, tocca il Messico su un groove da strade di San Francisco (Desert Boogaloo), attraversa East Timor (l’omonimo pezzo di Wyatt) sulle ali di una voce celestiale, percorre l’Oriente in lungo e in largo (Utsu, uno dei pezzi più rappresentativi della raccolta), si bagna sulle rive del Baltico (Baltic Dance), vola sulla Germania più cosmica (Response), atterra in Sardegna (The Old Serge And The Flutes), risale i set spagnoli degli spaghetti western (To A Sea Horse) e conclude il suo viaggio sulle note di una drinking song inglese del ‘600 resa con cadenze a tratti kraftwerkiane (Five Reasons). Non è più il caso di parlare di tributo ma di eredità: gli Hobocombo raccolgono il testimone e fra ricostruzione filologia e libera interpretazione, portano avanti il discorso come farebbe un’ipotetica Fondazione Moondog nata per proseguire lo spirito e gli intenti del maestro. Grazie a un album cone Moondog Mask il viaggio del vichingo continua.

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