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Adamennon/Null – Split (Autoprodotto, 2010)

Si dividono un split (su CD e cassetta) i due oscuri progetti Adamennon e Null. Del primo avete fatto la conoscenza in Mortuary Chambers; il secondo, da non confondere con l’omonimo giapponese, è una one-man band marchigiana, dedita ad atmosfere meno oppressive, ottenute utilizzando come fonte sonora un basso a sei corde alterato dall’uso di vari pedali. Si ha così uno split dove atmosfere sepolcrali e black si accostano a paesaggi malinconici e autunnali. I pezzi di Adamennon, liberi dal concept che informava il precedente lavoro, mettono in scena una certa libertà e volontà di ricerca. YHell è un canto gregoriano oscuro dove echi di voci e suoni vibrano e si sfalsano su un tappeto di synth, ideale commento a cerimonie officiate sulle rovine delle chiese bruciate da Grishnackh. Risponde Null con gli arpeggi autunnali della lunga Infernenia, caratterizzata da un inizio movimentato, con le corde sfregate senza complimenti e poi dallo stendesi morbido di melodie e tocchi acustici in un brano di bellezza autunnale, con minimi suoni brumosi sullo sfondo. Ma dalla metà i volumi si alzano e il suono si satura, pur restando protagonista la melodia, non lontano da certo doom-folk di matrice inglese e con un tocco decisamente neoclassico. Il ritorno di Adamennon mantiene densa l’atmosfera con la gotica Interlude, una tastiera ripetitiva che simula dei Goblin che agiscono in area dark ambient. Al momento sono questi i pezzi più interessanti del repertorio del nostro, che lo allontanano dal dark ambient di genere verso ipotesi di connessioni col prog ’70 più esoterico. Ancora le corde tornano protagoniste con Null nel riverberare morbido di Claustrofonia, suoni che stavolta proseguono senza particolari variazioni fino alla fine, in linea l’Alio Die più freak. L’ultima Remorse, ancora a firma Adamennon, ricalca invece atmosfere a lui più consuete, senza particolari sussulti. Ma l’ultima non è in realtà l’ultima: la chiusura è a opera del dei 24 monolitici minuti di Entropia Neurologica, dove i due riuniscono gli sforzi, coadiuvati dall’ospite Malachia. Oltre a momenti che ricalano quanto si è già sentito nel corso del CD qui troviamo atmosfere più virate verso certo industrial alla In Slaughter Natives. È insomma un brano che fa un po’ storia a sé, di cui consiglierei l’ascolto in separata sede.

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