Vincenzo Ramaglia – Formaldeide (Autoprodotto, 2007)

A volte mi stupisco del potere del caos mediatico, della scarsa attenzione che viene prestata a certi generi e della mia ignoranza (che quel tizio diceva che "rende forti"), così accade anche che a Sodapop vengano anche inviati materiali come quello di Vincenzo Ramaglia e non lo dico facendo della facile ironia, anzi, il problema è quello opposto, ovvero che il nostro grande capo è tutt'ora oberato di "rock targato Italia", più che di lavori del genere. Ramaglia, per la cronaca è uno che esce dal Santa Cecilia di Roma, lo stesso da cui è uscito quel tizio che si chiama Morricone e tutto sommato si sente, tant'è che state pur certi che si tiene ben lontano plasticoni da quei pianoforti digitali stile Vangelis di quart'ordine (l'originale ha fatto anche dei gran bei dischi) o dalle registrazioni immonde che rovinavano Trovajoli, Piccioni e simili durante gli anni Ottanta.
Ramaglia a quanto pare ha lavorato parecchio con il cinema ("e te pare, sta a Roma!!" direte voi) ed il disco risente un po' di quel tipo di sensibilità cinematica tanto cara ai nostri recensori, allo stesso tempo mette a frutto l'esperienza degli studi classici effettuati dal compositore. Per quanto Ramaglia non sia uno per nulla rinchiuso dentro alla roccaforte dell'accademia, degli ascolti dichiarati di Depeche Mode, Sigur Ros e Dead Can Dance non v'è traccia alcuna, semmai per quel che posso azzeccare direi che c'è qualcosa di jazz come in alcune soundtrack di Badalamenti, c'è Sciarrino, c'è Ligeti, c'è Prokofiev quando è in vena di divertirsi e c’è veramente anche Webern. C'è tutto questo ed anche altro, ma tutti molto ammorbiditi e quand'anche il disco viaggiasse su delle "texture" da digestivo pesante, Ramaglia solitamente ammorbidisce con un voce solista (solitamente il clarino o il sax). Nell'economia del mix il piano di Ramaglia è persino sacrificato là dietro nel fondale dov'è relegato, ma in un certo senso tutto il mix lascia comunque l'impressione che si tratti di musica "di fondo" (con buona pace di Satie che gli avrebbe fatto l'occhiolino). Se dovessimo rimanere sempre in tema di colonne sonore si tratterebbe comunque di un film ambientato di notte, malinconico, ma non triste e molto improntato sulle pause. Non c'è troppa fretta di arrivare al dunque, non si cade in aperture corali trite e ritrite e non c'è mai nessun cedimento verso la melodia conclamata che a quanto pare è un dictat "sennò non si batte cassa"; flauto clarino, piano e sax si muovono educatamente in modo molto equilibrato e intelligente accompagnando le immagini e non necessariamente evocandole (anche se ovviamente si tratta di musica piena di suggestioni), un gran bel lavoro.

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