The Machine – Redhead (Rekids, 2010)

Matt Edwards (già Radio Slave e Rekid – un album su Soul Jazz con questo secondo pseudonimo), esordisce con la nuova sigla The Machine, nelle intenzioni una miscela multimediale di musica d’avanguardia e immagini, nella pratica un album techno spruzzato di soundscapes confezionato in un bel digipack in bianco e nero. Detto che a presentazioni il nostro la fa un po’ fuori dal vaso, resta che la musica contenuta nel suo disco non è per niente male, anzi, tutto ciò che sembra eccessivo come la durata dei pezzi, la continua reiterazione di certi campioni, il tribalismo, diventa parte fondamentale del gioco, la chiave su cui si regge il "trip".
Opening Ceremony (Fuse) contiene nei suoi 14 minuti di durata: campionamenti di canti gregoriani, il bastone della pioggia (che tra tutti i suoni naif è Il Suono Naif per eccellenza), la voce acuta di un muezzin, field recordings sparsi di voci negroidi, insomma una roba indigeribile che però misteriosamente funziona: è lo scoglio superato il quale il disco prende senso, la cartina al tornasole del gradimento, se hai assimilato tutto questo, il resto semplicemente non potrà che entusiasmare. E il resto cos’è? Ancora groove techno, loop ritmici tribaloidi e field recordings di canti, battimani (viene lentamente il sospetto che Edwards sia reduce da un viaggio in Africa), l’uso ossessivo e replicato allo sfinimento dei campioni (i canti e i battimani di cui sopra), inquietanti e spiazzanti acidità industrial. Perché tutto questo mi sia piaciuto in realtà non lo so spiegare, forse perché lontano da quello che ascolto di solito, forse sono rimasto spiazzato dalla semplicità e dall’ingenuità con sui sono costruiti i brani, forse mi basta un pezzo eccezionale come Spell Bound per alzare terribilmente la media del disco. Non saprei. Ascoltatelo e forse saprete dirmi voi.

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