The Dillinger Escape Plan – One Of Us Is The Killer (Party Smasher Inc, 2013)

Non è mai facile confrontarsi con un gruppo che una quindicina di anni fa era sulla bocca di tutti per riconosciuta bravura, tecnica, violenza esecutiva. Un’amalgama davvero intrigante e sfiancante che mischiava foga hardcore, grind, passaggi jazz, rumorismo. Il tutto in un compattissimo e quadrato formato a tratti davvero ostico. Calculating Infinity (1999) fu un disco che ascoltati molto, con grande piacere ma è indubbio che il gruppo non fosse facilmente digeribile, come è chiaro che fosse davvero un passo davanti agli altri, non tanto per l’invenzione di qualcosa di nuovo ma per la capacità di proporlo con un suono davvero pulito e bruciante, con la voglia di arrivare un filo prima degli altri, schizofrenici e violenti su disco, devastanti e mostruosamente uguali alla registrazione dal vivo. Il cambio di rotta non arrivò con le collaborazioni con Patton (gli ultimi Dillinger Escape Plan non mancano di rimandare ad alcune schizoidate dei Fantomas) ma con il comunque buono Miss Machine. A cambiare le carte in tavola fu il cambio dietro il microfono: dal greco Dimitri Minakakis, schizzato urlatore dei nostri cuori ora apprezzato grafico, al nerboruto Greg Puciato, culturista italoamericano che per verve non fece rimpiangere il predecessore pur imponendo una sterzata al suono della band. Il gruppo riuscì nell’impresa di allontanarsi dal mathcore/grind degli esordi sfornando un disco impressionante per qualità e varietà di scrittura. L’indole sperimentale e folle della band aveva permesso di mantenere un tessuto sonoro sconnesso e devastante pur permettendo alla musica di assumere una forma-canzone maggiormente definita, assecondando le esigenze artistiche del nuovo cantante che rinunciava al semplice assalto all’arma bianca del suo predecessore, cercando di variare le soluzioni, tentando anche la carta della melodia all’interno di molti brani. Ora sono passati quasi dieci anni da quella svolta. Il gruppo è ancora onesto: disco su piccola casa discografica, suono ancora più aperto alla melodia e alla forma canzone, ma stessa cattiveria (meno onnipresente) e pochi compromessi nel complesso. Perso quel fenomeno di Chris Pennie alla batteria (quattro anni a fare barocchisimi con i sopravvalutati Coheed And Cambria), i nostri tengono sempre il piede in generi follemente veloci: la tecnica c’è sempre, i riff al fulmicotone e le influenze jazz del chitarrista Ben Weinman pure ma siamo di fronte a un degno successore di Miss Machine non dei primi EP su Earache. Si cerca la melodia quando non il ritornello, e se pezzi come l’opener Prancer dimostrano quali siano le radici della band, Magic That I Held You Prisoner è quasi frustrante con il suo incedere marziale all’inizio per stemperarsi in un annacquato rockettino spento quasi quanto l’inascoltabile Nothing’s Funny un po’ fuori contesto. Ma ritengo si possa comunque parlare di un buon disco, che sa ancora regalarci sprazzi di grande cattiveria e qualità da parte di un gruppo che nonostante gli anni è sempre un bel vedere dal vivo e ancora lontano dalle sirene della mediocrità pur di avere riscontri.

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