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Jung Deejay – Java Script (Arte Tetra, 2020)

Lo strano giro del mondo (ma sarebbe forse più corretto parlare di “giro di uno strano mondo”) che sempre ci regalano i lavori pubblicati da Arte Tetra, ci porta oggi in un’impossibile isola caraibica creata dal suono digitale d’antan del newyorkese Jung Deejay. Java Script, con la sua anima da videogioco anni ’80, non cerca di affascinarci con sonorità vintage ma orgogliosamente rivendica il suo essere datato e in qualche modo irriducibile alla realtà odierna. Composto assemblando quattro pezzi e quattro remix degli stessi, il nastro è giocato in buona parte sul ritmo e su una ripetitività che mai si traduce in ipnosi; senso di straniamento, piuttosto, nell’essere catapultati in un infinito scorrimento orizzontale in attesa di variazioni che non arrivano, se non per le occasionali incursioni dei synth sullo sfondo. Per quanto i quattro originali passino senza particolari sussulti, se non forse per la danza robotica di Seagull’s Dance, i remix, quasi tutti superiori ai modelli di partenza, dimostrano che la sostanza non manca: Rainbow Island trasformano Spirit’s Moon in una perla dance-exotic-pop, Brian Abelson gonfia i battiti di Teeley’s Dream all’insegna del big beat e Piezo complica in chiave free i ritmi altrimenti regolari di Lyon’s Roast; solo la già citata Seagull’s Dance, manipolata da Gap, che ne enfatizza i toni tribali, non spicca più di tanto, ma lì appunto il livello di partenza era già alto. Non perdiamo dunque tempo e godiamoci la musica di questi strani tropici prima che qualche paladino dell’appropriazione culturale venga a dirci che non si può fare.

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