Giovanni Lami – Bias (Consumer Waste, 2016)

Forse mai ci è capitato di trattare di un progetto simile a quello che Giovanni Lami ha elaborato per Bias, dove le registrazioni portano con sé tutta una serie di rimandi e associazioni mentali che ci conducono assai lontano dal semplice discorso sonoro che costituisce solo una delle molteplici dimensioni del lavoro. Conoscere le premesse è indispensabile per comprendere ciò di cui mi appresto a parlare: alcuni nastri magnetici non incisi sono stati sepolti sotto terra per qualche mese, in condizioni ambientali diverse; una volta riesumati sono stati messi in loop su alcuni registratori a bobine coadiuvati da quattro microfoni che hanno colto i rumori dei macchinari e dell’ambiente circostante, dando vita a tutta una serie di stratificazioni sonore (è consigliabile l’utilizzo delle cuffie). Il risultato si pone a metà strada fra field recording e musica concreta ma quello stilistico è un dato assolutamente superfluo; ciò che è realmente contenuto nei 32 minuti (divisi in sette tracce) di Bias è l’effetto del tempo solo apparente fermo della sepoltura che ha alterato i nastri sia a livello fisico che magnetico e della loro messa in opera, unitamente ai rumori ambientali percepiti dai microfoni e pochi campioni fortemente alterati: sono fruscii, sfregamenti, click di pulsanti, grattate… Il CD è così punto di arrivo di un processo che, va da sé, avrebbe potuto andare molto più in là ma per questo suo porsi fra l’inizio e l’ipotetica fine è un punto di partenza per una serie di riflessioni non scontate. Per Lami è questo un lavoro che ha a che fare con la memoria e il vuoto. Ipotizzo: alla memoria si collega per quanto anch’essa sia soggetta a degradarsi, perdersi e modificarsi, al vuoto (in realtà apparente) per quanto un nastro non inciso – almeno in maniera canonica – possa portare con sé suoni, suggestioni, indizi; ma forse il vuoto è anche il culmine a cui tende il processo di degradazione che qui vediamo ad un livello intermedio. Tuttavia gli spunti che un lavoro del genere propone sono molteplici: si può ragionare sulla natura di materiali e supporti, sul rapporto fra il nastro deperibile ma ricettivo finché esiste (in questo quasi organico) e l’eterno ma monouso CD o sul fatto che un trattamento non ortodosso abbia reso interessante la voce di qualcosa che altrimenti sarebbe stato muto, così come potrebbe essere interessante ascoltare e valutare il livello di alterazione che, a parità di tempo di occultamento, i diversi terreni causano ai nastri. Mi fermo qua per non partire per la tangente delle ipotesi interpretative più fantasiose, ma vorrei rubare poche righe per una nota a margine su un ulteriore livello di lettura: ascoltando Bias con orecchio meno analitico e più emozionale ho rivissuto una sensazione che forse la mia generazione è stata l’ultima a poter provare, il brivido di terrore che provoca il suono del nastro che si accartoccia nel walkman o nello stereo quando questi, per ragioni imperscrutabili, decidevano di divorarti la cassetta (magari originale!). Nella mia esperienza un suono di puro orrore.  Tornando seri e concludendo, il discorso iniziato con questo lavoro è quanto mai aperto e in continuo sviluppo anche attraverso le performance che Lami porta in giro; lungi dall’essere una semplice curiosità o stranezza gratuita Bias è un work in progress che costringe a porsi interrogativi non da poco: più che un disco una macchina per pensare.

 

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