Fungi From Yuggoth/Liturgia Maleficarum – Split tape (Diazepam, 2015)

Talvolta le conferme sono inutili, nondimeno averle fa piacere: è questo il caso, per quanto parlare di piacere potrebbe sembrare inopportuno, vista la proposta musicale non propriamente accomodante dei due gruppi coinvolti. La conferma che questa cassetta ci dà è che la Diazepam offre il meglio di sé quando indaga i luoghi più reconditi dell’anima e a dircelo chiaramente (o oscuramente?) sono il progetto genovese Fungi From Yuggoth e Liturgia Maleficarum, misterioso duo padano, ma apolide nello spirito.
Per quanto banale possa essere tirare ancora in ballo Lovecraft la cosa è tuttavia inevitabile: non tanto perché, come già avevamo avuto modo di notare, i FFY traggono il nome da una sua raccolta poetica, quanto perché i due gruppi dimostrano di saper tradurre in musica lo spirito del cupo scrittore americano, cogliendone lo spirito senza lasciarsi andare al mero calligrafismo, al pari di John Carpenter in alcuni suoi film (penso in particolare a Il Signore del Male e Il Seme Della Follia). Può sembrare paradossale, ma, delle due facciate, la maggiormente liturgica è quella a nome Fungi From Yuggoth, dove salmodii cavernosi, gelide ventate di synth e battiti lentissimi sembrano echeggiare sotto le volte di una cattedrale riconsacrata a qualche oscuro culto. Dark ambient sì, ma non privo di sfumature: da questo sfondo fosco emergono ad esempio passaggi più riflessivi e malinconici, come nella seconda parte di III (dopo che la prima era maggiormente orientata alla rumorosità industrial) o i feedback tesissimi, le percussioni tribali e le voci scarnificate di V, una specie di black metal terminale e selvaggio che sigilla il lato. Sull’altro i Liturgia Maleficarum ci accolgono in modo apparentemente più tradizionale, ma il loro doom con chitarra trapanaorecchie di matrice noise e grida dal profondo è portato a tali livelli di sofferenza da trasfigurarsi completamente, arrivando, poco oltre la metà, a dissolversi prima nell’ambient organistico e spettrale di Mater Abominationum, Ante Te Genuflecto, dove i Popol Vuh di In den Gärten Pharaos cozzano coi primi Mayhem e poi nell’autismo elettro-vintage e demoniaco di In All His Fathomless Glory, He Appears. La conclusiva In Perpetua Obscuritas Iacebo, tutta organo e urla, non sarebbe stata male nel finale incendiario di Inferno di Dario Argento e chiude degnamente un saggio di malessere vero, che nulla ha da spartire col disagio un tanto al chilo oggi così di moda. “Spesso il male di vivere ho ascoltato”, si potrebbe dire parafrasando il poeta. E questa volta non è Lovecraft.

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