Enrico Coniglio & Adriano Zanni – A Corte (13/Silentes, 2022)

Passi sulla neve, brevi rintocchi. Acqua che cola sotto il planare.
Il Villaggio Eni a Corte di Cadore è il più grande complesso alpino d’Europa, 270 villette, la colonia, ed una chiesa allora malvista dalla curia, con l’altare rivolto verso i fedeli, il tutto a 1050 metri sul livello del mare. Enrico Mattei vuole uno regalare uno spazio sano e sostenibile ai propri dipendenti ed alle proprie famiglie ed affida il progetto ad Edoardo Gellner, che si fa braccio di un sogno. “Mescolando le tecniche dell’English School of Landscape Gardening con le più aggiornate teorie dell’urbanistica organica e olivettiana, Gellner scompone il programma residenziale in unità di vicinato che consentono il rispetto della privacy degli abitanti e la leggibilità dei gruppi di ville nel contesto paesaggistico. A Corte di Cadore vengono realizzati inoltre una Colonia per bambini, un campeggio per ragazzi, alcuni alberghi e una chiesa, che Gellner realizza in collaborazione con l’amico Carlo Scarpa. La prematura scomparsa di Mattei nel 1962 bloccò i lavori impedendo la realizzazione del centro civico, che avrebbe dovuto costituire il cuore architettonico e sociale del Villaggio e per il quale Gellner propone in seguito una lunga serie di soluzioni non realizzate (1958-2004).”
Qui tornano Adriano Zanni ed Enrico Coniglio, con un’opera complessa, evocativa e piena di materia, piena di vita. L’ecosistema è vigoroso, sano e balsamico, insetti, uccelli, cicli di vita che ci immergono nella più fedele delle rappresentazioni della natura, la realtà stessa. Le immagini ed i suoni del territorio sono stati raccolti da Adriano in un periodo di 13 anni a partire dal 2009, Enrico ha poi lavorato sulla composizione dei brani. A Corte, la traccia che titola il lavoro, suona minacciosa, come se una cappa oscura le so avvolgesse intorno, forse ispirata dagli atti di vandalismo che ne lesero la buccia nel novembre del 2020? Quale che sia, il torrente Bòite seguita a scendere e, come disse Confucio, non meditar vendetta, siediti sul fiume ed aspetta. Con lo spiovere si giunge al finale, a quella chiesa costruita con l’aiuto ed il sostegno di Carlo Scarpa, centro ecumenico del villaggio. Ed il fermarsi, l’attendere l’unione fra i respiri e l’ambiente ci riportano ad una levità che di Cadore è forse uno dei principali ingredienti. Poi via, di nuovo acqua, fino a valle.

 

SODAPOP: Salve Enrico, Salve Adriano. Per meglio comprendere il lavoro dietro A Corte vorrei partire dagli inizi. Se Discogs non mente vi diamo entrambi esordienti giusto 20 anni  (entrambi 2022, con Grammatologia e Cdr01,). Possiamo quindi definirvi nel pieno del vostro percorso artistico…come vi siete conosciuti? Da chi nasce A Corte? Chi ha coinvolto l’altro, come e perché? Come avete definito ruoli e separazione dei compiti?
ADRIANO ZANNI: A Corte nasce inizialmente da me, è un mio progetto. Corte/Borca di Cadore è uno del luoghi della mia vita. Per tutta una serie di vicissitudini familiari, grazie al welfare Eni sono stato da  bambino frequentatore delle colonie estive per i figli dei dipendenti e successivamente ho passato varie vacanze con la mia famiglia nelle “villette”. Potrei dire che frequento Borca di Cadore da tutta la vita, non ho mai smesso. Paradossalmente io ed Enrico non ci siamo mai visti di persona, solo contatti telefonici ed informatici. A Corte era un progetto che sviluppavo da oltre 15 anni, sia fotograficamente che acusticamente. Questo è stato l’anno in cui ho deciso di concretizzare l’immenso lavoro di documentazione svolto e tirare le somme. In realtà ci lavoravo da tempo in solitaria ma mi sono convinto che ero troppo coinvolto per svolgere tutto il lavoro da solo, sarebbe stato meglio coinvolgere qualcuno che ne avesse una percezione diversa dalla mia, meno personale e più “distaccata”, magari critica. Conoscevo ed apprezzavo il lavoro di Enrico, in aggiunta aveva già approcciato la “materia montana” (Alpine Variations) e lo sapevo frequentatore del Cadore e conoscitore dell’Ex Villagio Eni. Chiedergli di far parte della partita mi è sembrato del tutto naturale. Ad Enrico, una volta che ha accettato di partecipare ho inviato una selezione di field recordings e di fotografie lasciando a lui la totale libertà di utilizzarli e reinterpretarli secondo la sua visione e sensibilità.
ENRICO CONIGLIO: Non è mai stato facile per me mettere mano ai lavori altrui, forse per il rispetto che sento per le cosiddette “fonti” e questo è anche il motivo per cui in generale sono ritroso a proposte di remix/rework. Grazie ad Adriano ho accettato di confrontarmi con questa sfida ed operare sulla materia sonora originale, provando a realizzare un lavoro in cui restasse comunque al centro la componente aurale del paesaggio sonoro originale, campionato dalle registrazioni audio effettuate sul campo. Inoltre, quale abituale frequentatore della montagna, conoscere in prima persona i luoghi in cui è avvenuta l’esplorazione visiva e sonora mi ha condizionato positivamente nelle composizioni delle tracce. Qui la realtà catturata da Adriano si alterna alla realtà trasfigurata da me in fase di post-produzione, lasciando spazio alle possibilità dell’immaginazione.

SP: Come si è sviluppato il lavoro intorno all’Ex Villaggio Eni? Qual è il vostro legame e la vostra percezione del progetto di Mattei e Gellner?
A.Z.: Come ti dicevo frequento regolarmente il posto La mia famiglia possiede una delle ”villette” del Villaggio da quando l’Eni ha abbandonato il sito e la sua gestione e le abitazioni sono state messe in vendita. Tutte le volte che posso mi ci rifugio, il che capita parecchie volte all’anno. Borca è sempre stato uno dei luoghi della vita per i miei genitori, lo è diventato anche per me.  Sono da sempre immerso nella architettura di Gellnere del suo rapporto con la natura, nella sua visione subendone il fascino e comprendendone le ragioni. Quello che avrebbe dovuto essere, ma che poi non è stato (almeno compiutamente).
E.C. Come detto, non sono nuovo a questi luoghi, conosco l’Antelao, conosco i sentieri e i boschi che circondano il Villaggio e mi è capitato più volte di visitare l’area della ex Colonia e delle altre pertinenze in abbandono. Mi è capitato di intravedere le sagoma scura di un capriolo tra gli edifici in rovina. Da un certo punto di vista è un vero peccato che questo posto stia cadendo a pezzi, come testimoniano le foto di Adriano. Visto il valore architettonico delle strutture e il prezioso design degli interni, purtroppo alla mercé dei vandali, a quanto si legge dalla stampa locale. Da un punto di vista più romantico tutti noi subiamo il fascino delle rovine, che qui tra i monti diventa un’attrazione irresistibile.

SP: In molti dei vostri lavori si celano paesaggi immaginari o nascosti, maggiormente naturalistici in quelli di Enrico e desolati in quelli di Adriano. Il paesaggio è un’ispirazione o vi è invece un intento descrittivo da parte vostra? Cerco di spiegarmi meglio: quanto è importante che il suono rimanga nei parametri mentali che voi associate agli ambienti? Capita mai che questo sfugga andando a descrivere od a dipingere altro?
AZ: Il paesaggio è parte fondamentale di tutto il mio lavoro, è al centro dei miei interessi. Indipendentemente dal fatto che stia approcciando il paesaggio sonoro in ambito musicale o quello visivo nella mia ricerca fotografica. Fondamentalmente, più o meno volutamente, più o meno inconsciamente mi ritrovo costantemente ad aver a che fare con il “paesaggio contemporaneo”. Quasi sempre, almeno nelle mie intenzioni, parto dal paesaggio per cercare di raccontare piccole storie, racconti e narrazioni. Il quotidiano e l’apparente ordinario sono la mia principale fonte di ispirazione ed interesse. Tutto fondamentalmente parte da lì e lì torna a ricomporsi/scomporsi.
EC: Anche nel mio caso il paesaggio contemporaneo è sempre stato al centro della mia attenzione, come manifestazione dell’interazione tra azioni dell’uomo e azioni della natura. La prima volta che ho sentito parlare di “paesaggio sonoro” ero all’università, a quei tempi studiavo urbanistica ed ero rimasto molto colpito dall’idea di quanto il suono di un luogo completi la nostra percezione del tutto. Per rispondere alla tua domanda, se è possibile rappresentare un luogo attraverso la musica, questa trasposizione può essere, a volte, aderente alla realtà (se pur soggettiva), altre portare a derive che sforzano la fantasia. Probabilmente “A corte” è il miglior modo di spiegare questa sorta di dualismo, in cui le registrazioni ambientali sono uno strumento di osservazione e/o, attraverso la manipolazione, sono materia sonora astratta.

SP: Come nasce la collaborazione con Stefano Gentile e Silentes? Nel 2022 ha prodotto 3 dischi a mio modo di parere importanti per peso specifico e per le vie che mostrano: Axis Mundi di Gianluca Becuzzi, The Soundtrack Of Your Secrets di Andrea Bellucci e Matteo Uggeri e la vostra collaborazione. Che tipo di scelta avete fatto con questo lavoro? Già a monte avevate definito una collaborazione con loro oppure l’uscita si è costruita man mano?
AZ: Con Stefano eravamo già in contatto da tempo entrambi, io avevo fatto uscire per 13/Silentes il mio Songs To The Sirens, ma quando ho coinvolto Enrico nel progetto non avevo ancora idea di come ed in che forma avremmo fatto uscire il lavoro. La mia idea iniziale (quella che stava poi alla base del progetto fin dai suoi inizi) era quella di pubblicare un vero proprio Libro Fotografico al quale avrei voluto allegare, in qualche possibile forma, la parte audio. Mente Enrico lavorava sui field recordings ho cercato di approcciare la cosa rivolgendomi a vari editori prettamente  fotografici che potevano essere ipoteticamente interessati alla cosa… ci sono stati un po’ di premesse e contatti, ma l’idea del libro fotografico di alta qualità comporta la necessità di un budget elevatissimo. In seguito, man mano che il lavoro audio di Enrico procedeva ed ascoltavo il risultato dei suoi progressi, mi son convinto che l’approccio migliore fosse quello di ribaltare la cosa: meglio un lavoro audio coadiuvato da una piccola rappresentanza di fotografie che potessero, almeno indicativamente, descrivere l’essenza del luogo, delle sue architetture e dei suoi spazi. A quel punto ho proposto la cosa a Stefano che si è mostrato interessato al progetto e ci siamo messi subito al lavoro. In fin dei conti non credo che in Italia, ma potrei dire in Europa, possa esistere una etichetta migliore, un posto migliore in cui la simbiosi fra musica, ricerca, suono, fotografia ed immagine venga approcciato così compiutamente e in cui ogni prodotto venga realizzato con così tanta cura nella sua realizzazione fisica, con un packaging sempre curatissimo ed originale. Stefano è un personaggio insostituibile nel panorama nostrano, ho immensa stima di lui e del suo instancabile lavoro fin dai tempi della gloriosa Amplexus (ricordate?). Meriterebbe più “riconoscimenti” per il suo incredibile lavoro, ma in questo paese troppa gente e troppi “addetti ai lavori” sembrano disattenti e poco propensi a valorizzare le eccellenze nostrane come questa. Date un’occhiata al catalogo dell’etichetta e poi ditemi se non ho ragione.

SP: Concordo, ringrazio, passo e chiudo.