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Beasts of Bourbon – the low road (Red Eye/Polydor, 1991)

Le Bestie del Bourbon erano abituate a vedere canguri e koala che gli attraversavano la strada mentre vagavano in mezzo a mezzi deserti e piane brulle. Ci siamo capiti: Australia, baby. Le Bestie del Bourbon, nel 1991, firmavano il capitolo finale della loro discografia non postuma.Quattro album, quattro.
The low road è l'ultimo lavoro della band prima di esplodere. E, a onor del vero, nemmeno il più devastante. Per l'impatto ruvido e la forza abrasiva ci si deve rivolgere a cosette come Sour mash, tanto per dirne una. O a The axeman's jazz.
Quello che abbiamo qui è, invece, un ritratto di quelli che vanno annusati, sentiti e vissuti, per essere compresi al 100%. Uno di quei capolavori-non capolavori. Manifesti di vita, istantanee apparentemente sceme che riviste ad anni di distanza fanno più effetto di un quadro di Magritte.

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Pain Of Salvation – BE (Inside Out/Audioglobe, 2004)

E' risaputo che se i musicisti hanno quasi sempre un ego grosso e turgido, i musicisti metal ce l’ hanno addirittura abnorme e sproporzionato. Ma il top, il top assoluto in egomania fallocratica spetta comunque ai cultori del prog-metal, lì sì che tocchiamo vette davvero siderali, rarefatte, un’aura da autentico Olimpo. I Pain Of Salvation, acclamato combo svedese dedito a suddetto genere (sicuramente e giustamente etichetta a loro stretta), con questo concept, monumentale a socratica memoria, hanno battuto e ammazzato qualsiasi divinità pagana. E, trattandosi della storia dell’uomo, del suo rapporto con Dio e col mondo, lo definirei addirittura il concept dei concept. Questo disco è il Concepimento perbacco! Acromegalia in quindici suites condita con di tutto e di più: uccelli, neonati, grandinate di tastieramenti, moto degli universi, effetti notte…Mi pare di aver udito per un istante anche la voce di Dio.

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Three In One Gentleman Suit – Some New Strategies (Black Candy, 2005)

Dopo il superbo Ep Battlefields In An Autumn Scenario le attese per questo nuovo album del trio modenese erano spasmodiche. Tanto che forse un pò troppo in fretta alcuni hanno accolto Some New Strategies (uscito stavolta per la fiorentina Black Candy) non proprio nel migliore dei modi, in sintesi: troppo astruso, freddino e difficile rispetto al suo predecessore. Anch'io inizialmente (nei primi due ascolti diciamo) ho avuto la stessa impressione: forse perchè tutti ci aspettavamo quel post rock dalle linee malinconiche di facile presa perfettamente amalgamato al suono dei Karate.

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Rocky Votolato – Makers (Barsuk, 2005)

Ecco una gatta da pelare. Rocky Votolato (myspace qui) – da Seattle – si può inquadrare in quella folta schiera di gente con un background emo (prima infatti militava nella band emo Waxwing) che, da qualche anno a questa parte, si diletta ad imbracciare una chitarra acustica spiegandoci come l'amore sia l'unica risposta. Pitchfork, a priori come sempre, stronca miseramente queste velleità folk dall'alto dosaggio emozionale che strizzano l'occhio all'easy listening e quindi – come già fece con New Amsterdams (veramente brutto l'ultimo Story Like a Scar a differenza dell'album liberamente scaricabile Killed Or Cured) e Dashboard Confessional (Chris Carabba dei Dashboard tra l'altro è pure un amico di Rocky)- non ha risparmiato neppure Votolato.

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