Alessandro Calbucci, Matteo Uggeri – The Distance (Why Not Ltd, 2008)

Partiamo subito dicendo che di Matteo Uggeri abbiamo già un'intervista su questa stessa webzine, mentre per onore della cronaca va detto che Alessandro Calbucci è uno dei due chitarristi dei Sedia (che sciolti o no vedono comunque tutti gli elementi impegnati su diversi fronti). Questo CD-r esce per una label di Singapore se non erro, e non so quanto sia reperibile allo stato attuale delle cose, in fin dei conti per venire in contro al fatto che non si vendono dischi, con le edizioni limitate che si fanno di questi tempi, succede anche che molte cose vadano perse o rimangano impilate sotto la mole annichilente di uscite che si affollano sulle scrivanie vostre e mia. Tanto per andare dritti al nocciolo, si tratta di una drone-release a tutto tondo, nulla di più e nulla di meno e nonostante ciò pur non aggiungendo nulla al genere si fa ascoltare bene, d’altro canto se quello che fa la differenza è il gioco di proporzioni, in questo caso pur tirando tutto sul lungo come esige il copione, le quattro tracce fanno il loro lavoro. Loop di chitarra suonata a tappeto con l’archetto (forse), veri e propri mantra psichedelici per nulla cupi su cui Uggeri fa qualche giochino di alleggerimento fra rumori e piccoli diversivi. Continuo a rimanere dell’idea che i materiali più interessanti di Uggeri siano quelli legati a molte delle sue collaborazioni, anche se per quest’anno non posso che riconsigliare la collaborazione fra Sparkle In Grey e Maurizio Bianchi, dove si sente che Uggeri cuce tutto meglio delle sarte di Gomorra. A dispetto dei tappetoni avvolgenti di chitarra i due hanno lasciato anche spazi vuoti in cui le field-recording rosicchiano un po’ di attenzione fra un trip e l’altro. In un certo senso questo disco mi ha ricordato molto alcuni vecchi lavori in solo di Lee Ranaldo come Amarillo Ramp (per altro di recente riascoltandolo ho visto che il pezzo omonimo era stato ripotenziato da Rafael Toral prima di venire "scoperto"… come a dire che nessuno esce dal nulla) e credo che al vecchio generale Lee piacerebbe molto questo disco proprio perché risente di quella base massiccia di psichedelia americana dei Settanta su cui si è sviluppata mo’ di rampicante molta sperimentazione/musica delle annate successive. Non un disco sperimentale in "stricto sensu", ma non ha neppure l’intenzione di esserlo: melodia e droni per il gusto del viaggio "I stay on I stay on but where do I get off?".

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